Diritto di visita no, collegamenti via Skype sì. Nell’ambito della causa di divorzio, all’esito di un rapporto molto conflittuale, via libera alla videoconferenza se i figli minori hanno difficoltà emotive a incontrare il genitore non collocatario.
È quanto emerge da un’ordinanza depositata dalla nona sezione civile del tribunale di Milano (presidente ed estensore Olindo Canali).
Un collegamento via Skype alla settimana, per sette volte in via sperimentale, con i servizi sociali del Comune chiamati a monitorarne i risultati e a riferire all’autorità giudiziaria. È la soluzione scelta dal tribunale in attesa che si concluda la causa: i figli, in rotta con la madre lontana, sono collocati presso il padre.
La donna, intanto, è tornata in Francia. E allora la videochiamata può essere il mezzo per favorire la riabitudine allo scambio emotivo tra la madre lontana e i minori, ancora refrattari all’incontro dal vivo.
È la giurisprudenza della stessa Corte europea dei diritti dell’uomo a chiarire che «le misure deputate a riavvicinare il genitore con suo figlio devono essere attuate rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello del genitore che non vive con lui». Con un severo monito all’Italia i giudici di Strasburgo hanno ricordato che i provvedimenti dell’autorità non devono risolversi in «misure stereotipate ed automatiche».
L’onere di assicurare il collegamento Skype grava su entrambi i genitori, che dovranno predisporre il pc o lo smartphone, e per le prime videochiamate dovrà essere presente il padre, in modo di assicurare quanto meno il “decollo” di questa nuova forma di scambio “tecnologico” tra la madre e i minori: il tutto per poter poi organizzare un incontro dal vivo, superando le ritrosie dei figli.
E con soddisfazione dei servizi sociali che hanno difficoltà a gestire i rapporti con il villaggio transalpino dove è tornata a vivere la donna.
Fonte: www.cassazione.net