Capita spesso che nell’ambito
di una separazione, di un divorzio o della rottura di una convivenza di
fatto i maggiori e forti scontri tra i partners riguardino questioni
economico-patrimoniali attinenti la gestione della prole. Si presenta
immediatamente necessario sottolineare, che il concetto di mantenimento
ha una portata molto più ampia di quello che si possa immaginare e si
concretizza nella necessità di provvedere ‘‘a una molteplicità di
esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese
all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, nonché
all’assistenza morale e materiale ed all’opportuna predisposizione di
una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le
necessità di cura e di educazione’’ (
Cassazione civile, n. 17089/2012).

Il fondamento dell’obbligo
Tale obbligo, come tutti gli altri che caratterizzano la c.d.
responsabilità genitoriale, trova il proprio fondamento nella
procreazione stessa, come la giurisprudenza da molto tempo evidenzia, e
non nel tipo di relazione sussistente tra i genitori: non è il
matrimonio a far sorgere gli obblighi genitoriali ma la nascita della
prole. La conseguenza più chiara di tale considerazione è che se il
matrimonio non si presenta quale fondamento della responsabilità
genitoriale allora la stessa sussiste anche in presenza di prole
naturale ed inoltre, cosa che in questa sede più interessa, il venir
meno dell’affectio coniugalis o della convivenza more uxorio non riduce, né tanto meno elimina, la portata di tali obblighi.

Mediante i provvedimenti di natura economica a favore della prole si
mira a garantire la conservazione, per quanto possibile, delle abitudini
e del  precedente tenore di vita dei figli.
La legge 54 del 2006 attribuisce valenza preminente alle singole
caratteristiche del caso concreto, mediante la previsione di cinque
parametri che costituiscono gli elementi cardine per realizzare il
principio di proporzionalità nella partecipazione di ciascun genitore al
mantenimento dei figli. 

La riforma del 2006
La riforma del 2006 ha introdotto anche il c.d ”mantenimento diretto” il
quale, a differenza del classico assegno periodico, è destinato a
realizzare una migliore attuazione del principio di bigenitorialità.
Attraverso tale modalità di mantenimento, infatti, il minore percepisce
maggiormente la vicinanza di entrambi i genitori dato che ciascuno di
essi è chiamato a provvedere direttamente ai bisogni dello stesso, al
suo sostentamento, proprio come avviene normalmente nella famiglia
unita. Non è secondario aggiungere che un regime del genere evita
inoltre ad uno dei due genitori di dover corrispondere le somme
destinate ai bisogni del minore nelle mani dell’ex partner. Entrambi i
genitori, infatti, possono occuparsi direttamente e concretamente del
soddisfacimento delle esigenze quotidiane del fanciullo.  Il giudice,
quindi, si trova nella circostanza di decidere tra mantenimento diretto,
determinazione di un assegno periodico a carico di uno dei due genitori
o, come spesso accade, un sistema misto che li preveda entrambi, uno ad
integrazione dell’altro, oltre ovviamente a doversi pronunciare in
merito alle spese straordinarie. La giurisprudenza, ha escluso
l’automatica corrispondenza tra affidamento condiviso e mantenimento
diretto evidenziando, appunto, come non sia assolutamente condivisibile
l’assunto secondo il quale ”il contributo diretto da parte di
ciascuno dei genitori costituirebbe la regola, come conseguenza diretta
dell’affido condiviso”,
dato che l’articolo 155 Cc conferisce al
giudice stesso ampia discrezionalità con il limite della sola
salvaguardia dell’interesse morale materiale della prole.

Non necessario il collocamento paritario
Il problema del mantenimento diretto viene spesso accostato alla
questione del collocamento paritario dei figli nel tentativo di
giustificare la mancata previsione del mantenimento diretto con la non
opportunità, nel caso specifico, di disporre tempi di permanenza
paritari del minore presso ciascun genitore. In realtà, il mantenimento
diretto è teoricamente realizzabile anche laddove vi sia un genitore
prevalentemente collocatario e anche ove tra i genitori vi sia un
disparità reddituale.
Ovviamente, l’ipotesi più semplice è quello in cui il figlio venga
collocato presso ciascun genitore per lo stesso numero di giorni e che
entrambi i coniugi producano lo stesso reddito. In questo caso di scuola
ciascun genitore provvederà direttamente al mantenimento ordinario del
figlio durante il periodo in cui ha con sé il minore oppure,
corrisponderà all’altro coniuge il 50 % di tutte le singole spese da
quest’ultimo sostenute per il mantenimento ordinario.

In ogni caso, propendere per il mantenimento diretto significa
responsabilizzare ciascun genitore (anche quello non collocatario) alla
cura e all’accudimento del figli facendosi carico, non tanto di
“staccare” un assegno ma, di adoperarsi direttamente per provvedere voce
per voce ai singoli acquisti necessari nella vita di tutti i giorni al
mantenimento del minore realizzando, altresì, quella collaborazione tra i
genitori che è la massima espressione dei principii sanciti dalla legge
sull’affidamento condiviso. La circostanza che non esista alcun obbligo
di rendiconto da parte del genitore che percepisce dall’altro l’assegno
di mantenimento per il figlio spesso “disincentiva” , anche sotto il
profilo morale, la corresponsione dell’assegno periodico da parte del
genitore obbligato e ciò proprio nella consapevolezza che tale assegno
rischia di diventare una rendita a favore del coniuge “beneficiario”
destinata ad esigenze che poco hanno a che vedere con la cura ed il
mantenimento del minore. Il soggetto obbligato non può che essere
maggiormente incentivato all’esborso se il frutto dei suoi sacrifici
diviene immediatamente tangibile sotto forma di bene strumentale al
mantenimento del proprio figlio.

L’acquisto diretto di alcuni beni
Ove i tempi di collocamento del minore non siano paritari il
mantenimento diretto si può realizzare disponendo che ciascun genitore
provveda all’acquisto di determinati e specifici beni per il figlio
prevedendo, magari, la corresponsione di un assegno perequativo a favore
del coniuge economicamente più debole qualora vi sia una disparità di
redditi. Oppure, è realizzabile ponendo a carico di ciascun genitore una
quota parte del costo di ogni singola voce di spesa sotto forma di
percentuale tenendo conto dei redditi dei genitori (così come avviene
per la suddivisione delle spese straordinarie).

Il problema del mantenimento diretto è però di tipo applicativo in
quanto esso presuppone che vi sia un elenco esaustivo di tutte le voci
di spesa da destinare al mantenimento ordinario e che ogni volta si
debba procedere a complessi conteggi ed a rendiconti periodici fonti di
probabili contestazioni   anche circa l’eventuale tipologia e qualità di
bene da acquistare.

Sì all’omologa del tribunale
Comunque, ritengo che, pur essendo un sistema a volte complicato
nella sua fase realizzativa un accordo tra i coniugi che preveda tali
forme di mantenimento diretto non potrà che essere omologato dal
Tribunale in quanto non contrario agli interessi della prole e piena
realizzazione di quella collaborazione tra genitori presupposto
essenziale per una genitorialità responsabile.

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