Il bisogno di confrontarmi con qualcuno che mi fosse amico, che fosse dalla mia parte, ovviamente, lo avvertii prepotentemente fin da subito, anzi, da molto prima che la mia separazione entrasse nella sua fase operativa. Per questo mi ero attivato e avevo insistito molto per portare avanti la psicoterapia. Però, a questo punto, la psicoterapia non mi bastava più. Le terapeute dovevano necessariamente mantenere una posizione neutra ed equidistante, evitando di sbilanciarsi troppo. Di fronte a un avvocato come quello che si era scelto mia moglie provavo un bisogno lacerante di incontrare con qualcuno che fosse esplicitamente dalla mia parte, e che mi sapesse consigliare bene nel mio interesse. Che mi fornisse armi adeguatamente forti per contrastare l’aggressività spietata della mia controparte. Però un’altra forza dentro di me frenava vigorosamente le mie ricerche. Avevo bisogno di stare calmo, di essere lucido. Non dovevo perdere la testa. La paura folle per quello che sembrava poter precipitare da un momento all’altro sulla testa mia e su quella di mia figlia mi riempiva di sentimenti rabbiosi e vendicativi. Dovevo stare calmo: sapevo che se fossi entrato in un’associazione avrei probabilmente trovato tante altre persone incazzate nere quanto e più di me. Queste persone mi avrebbero certamente dato mille nuovi spunti per incrementare la mia voglia di rivalsa. Il timore di togliere quel tappo che manteneva compressa la mia immensa pressione interna, rischiando di far fuoriuscire in questo modo l’ira di dio mi indusse ad essere prudente, ad attendere e, nel frattempo, a guardarmi prudentemente attorno. Non potevo permettermi assolutamente di perdere il controllo e di fare la minima sciocchezza.
Le associazioni di padri separati (o di genitori separati) non hanno una storia molto lunga, in Italia. Ovviamente, sono venute via via incrementandosi con l’incremento, sempre più frequente, delle separazioni e dei divorzi, e delle tante situazioni di ingiustizia e sofferenza che da separazioni e divorzi scaturiscono. Inoltre, la legge sull’affido condiviso del 2006, nonché la sua spudorata disapplicazione nella prassi ha stimolato fortemente il libero associarsi di cittadini che sentono la necessità di informarsi
ed informare, di vegliare sulla corretta applicazione delle leggi, di esercitare gruppi di pressione politica affinché le leggi e le procedure ingiuste e inadeguate vengano modificate. Effettivamente, guardandomi attorno, specialmente su internet, quello che vedevo delle associazioni di padri separati, in un primo tempo non mi fece una buona impressione. Molto di quello che vedevo era costituito principalmente da inutili piagnistei e autocommiserazioni. Oppure da invettive e manifestazioni di odio contro il sesso femminile, contro la magistratura, contro tutti. Odio in parte comprensibile, visto come vanno le cose, ma non certamente utile a migliorare il mondo. Tanto odio emana anche da queste mie pagine autobiografiche, me ne rendo conto, ma certamente non era questo ciò di cui avevo e ho tuttora bisogno. Però, seguendo le news dei vari siti, ebbi modo di rendermi conto di come queste giovani realtà fossero in rapida evoluzione. Certamente, ancor oggi tante presenze fomentatrici di odio e di conflittualità sono facilmente ravvisabili un po’ dappertutto, anche in mezzo a questi ambienti assetati di giustizia e di umanità. Leggendo nei social network affiliati alle associazioni di genitori separati quello che scrivono molti padri separati sulle ex mogli, sui giudici, specialmente se femmine, sulle donne in generale, si constata facilmente quanto le invettive e gli sfoghi di rabbia abbondino. Anche negli ambienti della “controparte” si può spesso riscontrare qualche forte tendenza a fomentare l’odio di genere. Consultando i siti gestiti dai cosiddetti “centri antiviolenza”, anche quelli ufficialmente accreditati, che hanno addirittura ottenuto la stipula di accordi e convenzioni con pubbliche istituzioni, vedo tanta violenza: nel linguaggio e negli obbiettivi. Molto spesso questi siti tendono a demonizzare il maschile sotto ogni forma, a imputargli la colpa di essere l’origine di tutti i mali, di tutte le violenze del mondo. A vedere i pochi aspetti positivi del maschile (qualcuno devono pur fingere di riconoscerlo, per avere la parvenza della rispettabilità) più come eccezioni che come la regola. A giudicare positivamente solo quei maschi che si atteggiano a zerbini delle proprie compagne, che accettano di rinunciare a qualunque prerogativa personale incompatibile con le pretese della compagna.
Da entrambe le parti abbondano parole ridicolmente assurde, o utilizzate nella stragrande maggioranza dei casi in maniera del tutto impropria e faziosamente di parte: femminicidio da una parte, nazifemminismo dall’altra. Eccetera, eccetera, eccetera, non mi dilungherò a riportare le tante assurdità che ho letto seguendo la mia curiosità di navigatore del web. Queste visioni del mondo non ci aiuteranno di sicuro a migliorare le cose. Temo che la verità sia assai prosaica: dappertutto, ma nel nostro Paese più che da altre parti, fomentare l’odio e la paura per trarne vantaggi è prassi assai consolidata da parte di tanti gruppi di potere. Nel caso specifico delle cause per separazione, il volume del business che coinvolge avvocati, periti, psicologi, operatori dei servizi sociali e tante altre figure professionali o sedicenti tali è davvero impressionante. Lucrare sulle disgrazie altrui è un’attività diffusissima, anche in virtù del fatto che è praticamente impunita. È pressoché impossibile sanzionare adeguatamente avvocati che inducono i propri clienti a mentire, a calunniare, a formulare false accuse, a tenere sotto pressione la controparte, ad avanzare pretese del tutto inopportune, e tutto questo senza curarsi dell’indubbio danno che queste strategie producono su quei minori che hanno la sfortuna di ritrovarsi con una madre o un padre che ha scelto di mettere i destini proprio e dei propri figli nelle mani di individui siffatti. Proprio quei minori che la legge dice di volerne privilegiare l’interesse, ma non fa nulla di concreto per fermare queste pratiche scellerate. La stessa impunità che hanno gli avvocati-squalo è estesa anche ai giudici, agli psicologi, ai vari operatori dei servizi sociali. Le sanzioni per queste categorie, quando commettono delle ingiustizie, sono solo teoriche.Io stesso, incredulo del fatto che la cosiddetta giustizia mi abbia costretto in una situazione tale da obbligarmi a vivere a duecento chilometri da mia figlia, a perdere la casa dove ho messo tutte le mie risorse economiche passate e future, a imporre ai genitori di mia figlia un regime di spese davvero eccessivo, ad affidare mia figlia a una sfilata di baby-sitter, tutte queste cose quando, sotto ogni evidenza, c’erano varie alternative decisamente preferibili, mi sono sentito indotto a consultare una gran quantità di avvocati per sentire tutti i pareri possibili. E mi sento tuttora indotto a tenermi costantemente informato su quello che succede nella mia casa e sull’evoluzione dell’iter delle leggi e delle sentenze nella speranza che prima o poi subentri qualche nuovo elemento che io possa impugnare per riaprire il conflitto e cercar di cambiare una situazione allo stato attuale del tutto inaccettabile e insostenibile. Anch’io, dunque, mi ritrovo nel bel mezzo del vortice perverso creato da chi vuole alimentare la conflittualità. Anch’io mi sento irresistibilmente trascinato a fare il gioco di questa feccia. Andatevi a vedere nei siti più cattivi e agguerriti chi ci sta dietro, chi spinge di più per la diffidenza, il risentimento e l’odio per una qualche “controparte”. Molto probabilmente ci troverete qualche avvocato, qualche psicologo che collabora con i tribunali, qualche operatore dei cosiddetti ervizi sociali. La cosa che più mi fa rabbia è che queste persone, che sono i veri responsabili di ogni male, ne escono sempre indenni. Sono convinto che questa prassi giuridica così punitiva, così sprezzante e umiliante nei confronti del ruolo paterno, non possa durare in eterno. Prima o poi, più prima che poi, qualcosa esploderà.
Come al solito, Internet, la posta elettronica e i social network sono preziosi veicoli di diffusione e di informazione. Sono armi a doppio taglio, come si sa, ma chi è avveduto e spinto da intenzioni positive sa scegliere e capire quali sono i centri di informazione e documentazione degni di attenzione. Mi pare che le associazioni degne di attenzione stiano affinando sempre più i propri linguaggi e stiano imparando sempre meglio a esporre e a far valere le proprie ragioni, nonché a interagire costruttivamente con quelle degli altri. Voglio credere che ci siano ragioni per essere ottimisti. L’associazione a cui mi sono iscritto mi fu segnalata per caso. Mi colpì favorevolmente per la sua grande attenzione alla genitorialità e all’importanza che dimostrava attribuire al ruolo del padre, visto non solo come qualcosa di cui riconoscere istituzionalmente il valore, ma anche come un impegno costante in favore dei figli. Telefonai al presidente, col quale tenni un lungo colloquio, telefonai poi al segretario, e infine decisi di entrare, poiché entrambi mi avevano pienamente convinto. Quest’associazione era gestita da persone che davvero lottavano contro l’ingiustizia, cercavano il dialogo costruttivo e, non ultimo, si preoccupavano davvero del bene dei figli. Da quando sono entrato vedo che posso sentirmi libero di telefonare o scrivere ai referenti per avere consigli, pareri e contatti per vari tipi di necessità. Mi rispondono rapidamente e accuratamente, nonostante i loro tanti impegni. Vengo regolarmente informato per posta elettronica di delibere, sentenze, fatti di cronaca utili a chiarirmi l’evolversi legale e sociale della situazione. Questo mi permette di farmi un’idea di come stiano le cose e, conseguentemente, in quali possibilità di intervento potrei appellarmi e quali progetti, invece, è inutile che tenti di realizzare perché non porterebbero a nulla. Se non altro, tutto questo mi trasmette la fiducia che se ci saranno possibilità di migliorare la mia situazione, queste possibilità, grazie all’aiuto degli amici dell’associazione, non me le lascerò sfuggire. Oltre a questo, l’associazione favorisce il mutuo soccorso fra i membri: chi ha una competenza professionale, un’abilità, viene invitato a mettere a disposizione i propri servigi a condizioni economicamente favorevoli per gli associati, perché fra i padri separati il denaro scarseggia. Cominciando a conoscere un po’ di persone che hanno vissuto vicissitudini simili alla mia, o anche differenti ma comunque devastanti, ho avuto la piacevole sensazione che sì, c’è tanta rabbia, tanto risentimento e tanta incredulità per l’assurdità delle vicende subite, questo fa naturalmente parte delle prime impulsive reazioni, ma c’è anche tanta ragionevolezza, tanta voglia di essere costruttivi per trovare la maniera di uscire da questo tunnel. Le continue batoste talvolta rendono le persone rassegnate, imbelli e incapaci di lottare. Ma chi si è rivolto all’associazione vuole continuare a lottare, affinando le armi della ragione, della giustizia, del rispetto e della capacità di dialogo con chi è in buona fede su altre posizioni. L’associazione è in proficuo contatto con varie organizzazioni femminili di madri separate e di donne che comunque soffrono anche sulla propria pelle la scarsa considerazione nella quale viene tenuto il ruolo del padre e gli effetti nefasti che questa scarsa considerazione ha sui figli. Per fare un esempio, ci sono genitori non separati ai quali la patria potestà dei figli viene sottratta e gettata in pasto ai servizi sociali perché per qualche problema di salute o psicologico la mamma viene considerata inadeguata ad occuparsi dei figli.
La rozza brutalità del sistema fa sì che se la mamma è considerata inadeguata, spesso lo diventa automaticamente anche il papà, a prescindere dal fatto che presenti o meno elementi di inidoneità. Nei meandri della burocrazie si annida il pregiudizio che il padre, se non può avvalersi del sostegno della madre, è sicuramente inadeguato.
I membri della mia associazione sono prevalentemente uomini, ma c’è anche qualche donna: qualche madre separata, per esempio. La mannaia dell’ingiustizia talvolta colpisce anche loro. Soprattutto quelle madri che, sinceramente preoccupate per il destino dei figli, si rendono malleabili alle pretese della controparte maschile. Se la controparte maschile è violenta e spietata e priva di scrupoli, allora queste mamme sensibili e incapaci di fare del male sono finite. Sembra proprio che il sistema sia fatto apposta per far vincere i peggiori.
Soprattutto, fra le donne associate, ci sono le nuove compagne dei padri separati. Altre lunghe, estenuanti, allucinanti vicende, che al momento non coinvolgono ancora il sottoscritto, riguardano queste nuove compagne e la loro frustrante impossibilità a conquistarsi una vita serena vicino ad un uomo che viene costantemente condizionato, saccheggiato, ricattato dalla ex. Per non parlare dei figli di secondo letto: loro sono figli di serie b. Le risorse sono soprattutto dirottate sui figli avuti con la ex. Una delle cose che più mi hanno colpito (un po’ me lo aspettavo, per la verità), cominciando a conoscere gli aderenti all’associazione o chattando con membri di associazioni consimili, è constatare la gran quantità di persone che hanno vissuto vicissitudini molto simili alle mie, dove il buon senso sembra completamente abbandonato. Delibere assurde e palesemente ingiuste, nonché economicamente insostenibili sembrano quasi essere la norma, nelle separazioni giudiziali. L’avevo già capito, ma verificarlo sull’esperienza altrui è stato sicuramente istruttivo per me. Così come è stato istruttivo vedere come altre persone hanno rivissuto intimamente le proprie sventure personali leggendo le bozze di quest’autobiografia che ho sentito il bisogno di scrivere. Eh, sì: sembra proprio che la macchina della giustizia sia solo capace di camminare in un senso, a prescindere da tutto.
Oltre a qualche incontro sociale, in cui ci si vede di tanto in tanto in qualche pizzeria per conoscerci, noi associati siamo regolarmente invitati a partecipare a manifestazioni, convegni, feste, incontri di studio dove possiamo segnalare la nostra presenza, far conoscere le nostre ragioni e le nostre attività e ricevere informazioni fresche sullo stato delle cose. Ci si mette d’accordo prima, ci si organizza con qualche automobile e si parte su e giù per l’Italia, dove c’è bisogno di andare.
La mia e altre associazioni promuovono anche sondaggi, studi, ricerche scientifiche, questionari, affinché lo stato delle cose, il disagio sociale, le problematiche varie emergano e si materializzino in documenti che in un domani potrebbero essere utilizzabili dalla politica e dalla magistratura. Sarà davvero utile tutto questo? Chi può dirlo? Gli anni passano, ma a seguire le delibere, le sentenze, l’evolversi degli eventi a livello politico, non c’è molto l’impressione che le cose stiano proprio migliorando. L’indifferente impermeabilità della magistratura e della politica all’evolversi dei costumi sociali fa sì che le cose seguano un percorso assai incerto, zigzagante, talora con qualcosa che lascia sperare bene, per quanto concerne il riconoscimento istituzionale del ruolo paterno, alternato a eventi che ti danno l’impressione di essere riprecipitati d’improvviso nel medioevo. Però da altre parti qualche segnale positivo arriva. Mi pare che la parte migliore delle persone coinvolte stia imparando sempre più a dialogare. Ci sono coinvolti uomini e donne, in condizioni economiche, culturali e sociali assai variegate. Gli interessi e le aspettative appaiono molto differenziate. Tuttavia, credo che le varie forme di disagio abbiano origini comuni. Il buon senso ci dice che se distruggi una faccia della medaglia, non avvantaggerai l’altra: finirà distrutta anch’essa. I genitori separati ormai sono svariati milioni: una notevole forza elettorale. E, purtroppo o per fortuna saranno sempre di più. Forse verrà il momento in cui sapremo formulare e avanzare proposte di sintesi fra i vari interessi e le varie posizioni che le alte stanze del potere non potranno rifiutare.







E' un racconto un po' troppo lungo per una pagina web, ma forse proprio nella sua lunghezza e ripetitività rivela il suo carattere di racconto veritiero di un'esperienza dolorosa nella quale riconosco, in gran parte, anche la mia. Anch'io, come Michele, penso che non sia produttivo sprecare le energie a polemizzare con le fautrici del cosiddetto "femminicidio" che, ideologicamente invasate, sono sorde ai problemi concreti delle persone reali. Non è con le misandriche e i loro zerbini che bisogna confrontarsi, ma con le difficoltà e i dolori che tanti uomini e tante donne subiscono a causa di un sistema di gestione delle separazioni così ingiusto. Quelle difficoltà e quei dolori, che sono ormai un problema sociale, l'insieme delle associazioni di genitori-separati, che sono società civile, deve portarle all'attenzione delle segreterie dei vari partiti politici.
Giuseppe