DOCUMENTI/Strategie per ridurre il disagio dei figli dopo la separazione:
dalla coppia coniugale alla coppia genitoriale
Alla luce di questi cambiamenti nuova linfa è stata data alla ricerca, in ambito psicopedagogico, su temi legati alla separazione coniugale. Cosa accade ai figli durante e dopo la separazione? Quali strategie poter mettere in atto per l’aiuto della famiglia intera nell’affrontare il distacco? Come aiutare il bambino ad affrontare sentimenti di lutto, perdita, rabbia e abbandono? Che la separazione dei genitori possa essere nella vita di un bambino, o di un adolescente, un evento stressante e doloroso è piuttosto chiaro, ma quanto influisce il “modo” in cui avviene questo è ancora oggetto di indagine e interesse. Per verificare, però, se ad avere un’influenza negativa sui figli sia la separazione in quanto tale dei genitori o, semplicemente, il loro disaccordo, sono state svolte varie indagini importanti (Cigoli, Gullotta, Santi, 1983). I risultati hanno mostrato che quando i genitori sono in conflitto, i figli spesso incorrono in problematiche emotive e comportamentali, ma il fatto che i genitori siano insieme o separati ha poca influenza sul loro benessere psicologico rispetto al conflitto prolungato nella coppia. Questo crea probabilmente una tensione familiare dove gli adulti, occupati a litigare, sono meno disponibili con i figli, che, per sentirsi ascoltati, mettono in atto comportamenti disfunzionali (Francescato, 1994). Oltre all’intensità del conflitto sembra importante anche la sua durata. In due importanti studi svolti nel 1976 e nel 1981 (Peterson & Zill, 1986) è risultato che i figli di famiglie unite, i cui genitori avevano più conflitti duraturi, stavano peggio di tutti gli altri bambini di famiglie unite e separate. I figli del “dissidio perpetuo” erano più depressi, impulsivi, iperattivi, avevano più problemi comportamentali a casa e a scuola.
Tuttavia, tale dissidio diventa più forte e pronunciato quando durante la separazione si assiste alla lotta per l’affido esclusivo dei bambini (fino a qualche anno fa più presente in Italia e generalmente a favore della madre). Sovente il genitore affidatario viene a trovarsi in una situazione di grande potere, perché mette in atto strategie per far si che l’altro possa o non possa accedere alla relazione con i figli. Questo potere a volte potrebbe essere l’espressione di un malessere che riguarda il genitore che sente il sovraccarico del ruolo, la responsabilità del figlio e la solitudine nella sua crescita. Altre volte potrebbe diventare rabbia nei confronti dell’altro che “ha lasciato” o che non ha soddisfatto le aspettative di un amore perfetto. La Legge 54 del 2006 evidenzia come, anche in caso di separazione personale dei genitori, i figli hanno il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti affettivamente importanti con i parenti di ciascun ramo genitoriale. Nonostante queste indicazioni i genitori in conflitto, che si contendono l’affidamento, non sempre lo fanno per il bene dei ragazzi, ma spesso vengono trainati dalla rabbia nei confronti dell’ex partner (per i vissuti di abbandono, per le infinite questioni economiche ecc). Lo scioglimento del vincolo matrimoniale non e’ una affare esclusivamente tra coniugi, bensi’ coinvolge anche l’eventuale prole. Su questo versante l’Istat segnala che il 66,4% delle separazioni e il 60,7% dei divorzi nel 2009 hanno riguardato coppie con figli avuti durante il matrimonio. E se fino al 2005 ha prevalso l’affidamento esclusivo dei figli minori alla madre, grazie alla legge del 2006, che ha introdotto l’affido condiviso, nel 2009 l’86,2% delle separazioni ha previsto quest’ultima modalita’. Se questo tipo di affido risulta essere la formula più soddisfacente per la tutela dei rapporti genitori-figli, non sempre è privo di insidie e controversie che mettono i genitori (e i figli) dentro un «contenitore» di difficile gestione. Una padre, durante una consulenza, mi parlò della difficoltà nel sentire i bambini mentre erano con la madre in quanto quest’ultima spesso gli negava questa possibilità. La soluzione per questo padre consisteva nel dare ai propri figli un cellulare per poter comunicare con loro in qualsiasi momento. In realtà emerse come “quel cellulare”, in dotazione ai suoi bambini, sarebbe stata per loro il monumento all’incomunicabilità tra i genitori, la prova provata della loro disgregazione. Cercai di far immaginare come sarebbe stata la situazione dove “…i bambini arrivano con il cellulare, sempreché la mamma non glielo requisisca (e potrebbero esserci anche degli ottimi motivi, più o meno limpidi, per essere contraria), arriva la chiamata del padre, loro entrano in crisi perché sanno che rispondere è stare dalla parte del papà e dunque dispiacere alla mamma, non rispondere è creare una sofferenza al papà e salvaguardare l’amore materno…”. Questo gioco può essere chiamato «conflitto di lealtà», la condizione psicologica in cui precipita un bambino quando il dissidio tra i grandi si trasferisce su di lui (o lei), costretto, anche con un piccolo gesto, a scegliere, a schierarsi. Il bambino vissuto come “fine”, e non come “mezzo” strumentale all’altro, deve diventare per un genitore un imperativo kantiano.
Ma da cosa dipende il benessere di un bambino o di una bambina? Dopo anni di lavoro con coppie genitoriali e con adolescenti in situazioni di disagio è emersa l’ importanza di tutelare il rapporto con entrambi i genitori, quando questi sono presenti nella vita di un figlio o di una figlia. Diminuire lo stress che la separazione comporta dovrebbe essere uno degli obiettivi principali a cui devono tendere gli adulti. I bambini che reagiscono più positivamente al divorzio, o alla separazione, sono quelli a cui viene data la possibilità di vivere il rapporto genitoriale con entrambi, per questo l’affido congiunto potrebbe rappresentare una soluzione educativamente, e psicologicamente, opportuna. Questo non prescinde comunque dal bisogno che ci siano dei prerequisiti da rispettare affinché l’affido diventi occasione di stabilità emotiva. La condizione di base resta il rapporto di “fiducia” tra genitori che deve superare, fin dove è possibile, la tipologia di relazione tra coniugi. L’esistenza di un “patto educativo” porrebbe le basi per la costruzione di un rapporto non conflittuale. A questo si aggiungono altre condizioni che potrebbero facilitare (o ostacolare) la possibilità che l’affido condiviso (nel senso letterale del termine) sia sinonimo di “stabilità” per i figli come: un domicilio vicino, avere due case accoglienti, non essere sradicati dall’ambiente amicale e scolastico, non essere sempre con la valigia in mano, ecc. Sarebbe importante (quando è possibile) stabilire un sistema che possa essere funzionale ai figli (e ai genitori) nell’organizzare la loro vita quotidiana, senza dover sconvolgere troppo la loro esistenza.
Permettere ai bambini di non sentire la possibilità di perdere uno dei genitori (o di doversi schierare) significa aiutarli ad adattarsi e ad accettare meglio la separazione. I bambini che vengono allontanati fisicamente e psicologicamente da un genitore, quando questo è stato un forte punto di riferimento affettivo per loro, andranno incontro a vissuti disorientanti, subendo così ulteriori “perdite”. Cominceranno a frequentare molto meno nonni, zii e altri parenti, tutte figure che fino a quel momento facevano parte della loro vita e che improvvisamente scompaiono, a volte, senza nemmeno una spiegazione. L’allontanamento di un genitore, che nella maggior parte dei casi si tratta del padre, e la sua assenza repentina e inaspettata, potrebbe essere uno dei fattori scatenanti il malessere psicosociale del minore. Alcuni autori fanno riferimento a come la riorganizzazione della struttura familiare che non prevede, ad esempio, la figura del padre porti i minori ad affrontare diversi tipi di «disadattamento» da quello sociale a quello psicosessuale e scolastico (Cigoli, Gulotta, Santi, 1983). Al di là delle affermazioni di questi autori che pongono l’accento sull’assenza del padre, ritengo sia importante avere uno sguardo pluralistico e integrato su un tema tanto importante. La struttura della famiglia è notevolmente cambiata nel corso degli anni e osserviamo una complessità relazionale che fino a qualche anno fa non era presente. Per questo è utile sottolineare l’esistenza di una «genitorialità affettiva» che prescinde dalla madre e dal padre ma che vede l’esistenza di punti di riferimento che abbiano delle “funzioni”, materne e paterne, che permettono al bambino di sentirsi accudito, amato e aiutato a esplorare il mondo. Allontanare questi mondi affettivi significa creare una rottura, un trauma e una ferita che potrebbero trasformarsi in disagio e malessere per i figli.
Creare “spazi” mentali, fisici, emotivi e scientifici per la protezione del legame figli-genitori nasce quindi dal principio irrinunciabile che l’accesso ad entrambi i genitori (e non solo) è condizione indispensabile per la crescita di un bambino. I processi disgregativi, a cui assistiamo giorno dopo giorno, costringono coloro che studiano le dinamiche evolutive e i fattori di crescita psicoemotiva a interrogarsi su cosa accade quando un bambino, (o una bambina), viene allontanato (o separato) da uno o più care giver di riferimento e da chi ha rappresentato questo ruolo negli anni.
Lutti, separazioni, conflitti portano i nuclei familiari a subire cambiamenti, trasformazioni e, nei casi più gravi, «disgregazioni». Questo termine contiene significati legati a concetti come divisione, separazione e scomposizione di un gruppo nelle parti che lo compongono. I processi disgregativi mi hanno portato a osservare quali possono essere i loro effetti sui bambini. Esistono delle differenze tra lutto, separazione e disgregazione da un punto di vista emotivo e, per quanto questi eventi siano tutti legati al concetto di «perdita», le dinamiche psicologiche e comportamentali sono molto diverse. Molto spesso viene data attenzione all’elaborazione di tecniche, strumenti e metodi per aiutare i bambini ad affrontare un lutto, nella sua accezione di morte e perdita improvvisa. Ma cosa accade quando questi si trovano all’interno di una separazione o di un processo disgregativo? E’ un tema ricorrente, visto l’alto numero di separazioni e divorzi che caratterizza la nostra società. Nonostante questo, ciò che accade ai figli quando si trovano all’interno di un vortice conflittuale è un argomento scientificamente trattato e umanamente dimenticato. Molto materiale viene prodotto su questo argomento, molte sono le riviste, libri e convegni che trattano il tema della bi-genitorialità eppure ci sono ancora diverse situazioni in cui viene negata la possibilità di poter accedere a questo diritto-dovere. Molte sono le coppie che decidono di lasciarsi senza tener conto del “come”, rendendo la separazione l’inizio della «disgregazione». La «disgregazione» rimanda alla divisione e alla distruzione (nel peggiore dei casi) dei legami, il bisogno è quello di “allontanamento” e “annullamento” dell’altro. Il primo e più immediato effetto negativo che i figli mutuano da questa modalità riguarda l’aumento delle ansie prodotte dal senso di perdita del genitore allontanato, che quasi inevitabilmente provoca nel minore (specialmente nei bambini) vissuti di “shock” e di tradimento. Aumenta l’ansia che insorge dal sospetto di essere “la causa” della separazione o a volte potrebbe aumentare l’insorgere di atteggiamenti ostili verso il sesso di appartenenza della figura parentale rimossa. “Separarsi”, invece, prevede un’elaborazione, che contiene un’ampia gamma di emozioni compresi paura, rabbia e dolore; un cambiamento che coinvolge tutti i componenti della famiglia, permettendo (nei migliore dei casi) un confronto e un conflitto che “costruisce”. I legami affettivi cambiano, si trasformano, ma continuano ad esistere. La separazione è un processo composto da innumerevoli variabili e, le reazioni dei figli ad essa, varia a seconda dell’età, della personalità, dei bisogni e delle situazioni che si trovano a dover affrontare. I conflitti tra ex partner derivano da tratti di personalità, da vissuti infantili che richiamano i rapporti con i propri genitori, da contesti familiari e culturali che spingono al conflitto violento, dalla storia della coppia, dal tipo di legame costruito negli anni e da quanto si è in grado di mettersi in gioco nelle relazioni in una prospettiva di crescita e cambiamento. Senza tralasciare il fatto che, ancora oggi, molti rancori, odi e dissidi sono indotti e incoraggiati dalla società e qualche volta, parenti, amici, avvocati (perfino magistrati) fomentano, attraverso agiti, le ostilità tra coniugi. Questioni legate al patrimonio e al mantenimento non fanno altro che aumentare il livello di conflittualità e recriminazione. Inoltre la legislazione sul divorzio , che ha tratto metodi e mentalità da un codice studiato per i crimini e per le dispute tra avversari, contribuisce a inasprire i conflitti di coppia, rendendo ancora più difficile la sopravvivenza della coppia genitoriale. Basti pensare a come la legge obblighi la coppia a mettersi d’accordo su ogni piccola cosa quotidiana in una fase che è strutturalmente quella con maggiore tensione conflittuale. Tali “obblighi” corrono il rischio poi di rendere, a volte, impossibile una mediazione in una fase di escalation emotiva.
A seguito della separazione della coppia coniugale, agli adulti compete il difficile compito (di sviluppo) di collaborare per garantire reciprocamente la funzione genitoriale (Scabini, 1995) e consentire così l’accesso dei figli alla storia affettiva e familiare di entrambi i genitori. Nessun bambino esce emotivamente indenne dall’esperienza della rottura del nucleo familiare, anche li dove vi sono possibilità di recupero e superamento della crisi. Nonostante questo non possiamo partire dalla esclusiva tutela dei diritti del bambino per poter salvaguardare il suo benessere perché altrimenti si corre il rischio che, in virtù di questi, si perdano di vista proprio i suoi bisogni. Nelle scelte dei tribunali, o dei servizi psicosociali rivolti a minori e famiglie, riecheggia spesso il pensiero della “tutela del minore”. Come se fosse possibile attuare tale tutela contrapponendola a quella dei diritti dei genitori, o come se avesse un senso pedagogico la contrapposizione dei diritti delle madri a quelli dei padri o quelli dei genitori contro quelli dei nonni ecc. I figli diventano oggetto di ripicche tra i grandi, delle “cause” da portare in tribunale, al centro di contenziosi che si trascinano per anni, contesi in guerre in nome della logica del «genitore prioritario». Spesso secondo criteri di valutazione delle competenze genitoriali (e morali) che non tengono realmente conto della difficoltà oggettiva nel giudicare il rapporto reale istaurato dalla madre, o dal padre, con il figlio o la figlia. Uscire da queste polemiche significa riconoscere un “valore” più grande, quello del “gruppo familiare”, anche dislocato in più nuclei e composta anche da persone affettivamente coinvolte, all’interno del quale non esistono vincenti e perdenti ma solo persone che vanno alla ricerca del loro benessere e di quello dei figli.
Riuscire a creare un clima di comunicazione “efficace” che permette ai componenti del nucleo di essere sullo stesso piano e spostare l’attenzione dall’individuo alle reti relazionali significa entrare in un’ottica di responsabilità complesse dove le soluzioni “a una separazione” non seguono logiche lineari bensì circolari.
Il divorzio-separazione è una vicenda che riguarda soprattutto la “coppia coniugale” in seguito alla rottura di una relazione affettiva e sociale liberamente scelta (non sempre) tra due adulti. Moglie e marito, o conviventi, continueranno ad essere madre e padre anche dopo la separazione e il legame scindibile è quello “coniugale” non quello “genitoriale”. Il conflitto minaccia pesantemente la continuità di questo legame e il bisogno del figlio o della figlia di appartenere al mondo di entrambi i genitori. Questo orientamento di pensiero dissocia, dunque, il ruolo «coniugale» da quello «genitoriale» dove il secondo ruolo deve poter sopravvivere al primo (Fruggeri, 2005). La differenza tra la coppia genitoriale e quella coniugale è più facile da ottenere in alcune famiglie dove questa attenzione è presente già durante l’unione. Il ruolo dei coniugi nei confronti dei figli, e più in generale nell’organizzazione della famiglia, costituiscono oggetto di esplicitazione e negoziazione. In caso di separazione la coppia si permette più facilmente di trovare un modus vivendi che preserva la relazione genitori–figli. Le relazioni che si vengono a creare sono maggiormente autonome e non dipendono dalla serenità della coppia. Oggi i genitori (un tempo non era possibile) hanno la possibilità di vivere all’interno della coppia coniugale e genitoriale con una consapevolezza maggiore. Varie sono le proposte formative che vengono offerte durante il percorso genitoriale, proposte che permettono agli adulti di mettersi in discussione e di “lavorare” sul proprio ruolo, sulle emozioni e sul come interagire in modo efficace. Pur diventando la separazione coniugale in Italia evento sempre più frequente, relativamente scarso è il ricorso da parte dei genitori ad un esperto che li aiuti a superare le difficoltà e conflitti conseguenti al deterioramento della loro relazione (Malalgoli Tofliatti & Montinari, 1995). Da diversi anni vengono proposti inoltre percorsi di “mediazione familiare” che potrebbero accompagnare i genitori durante la separazione, dando loro gli strumenti per affrontare questo momento con i propri figli, in virtù del loro benessere. Amare i propri figli significa riuscire ad acquisire la capacità di “de-centramento”, riuscire a farsi da parte per l’interesse del bambino. Accettare ed elaborare il dolore della perdita permette al genitore di non accanirsi nell’attaccare l’altro, ma di adattarsi ad una situazione nuova, dove, per il bene dei propri figli si è disposti a “perdere” un po’ della possibilità di stare insieme.
Questo però non accade in tutti i contesti familiari. Esistono famiglie in cui la “coppia” è il fulcro del nucleo e, nelle attività quotidiane, tutti i membri del gruppo devono partecipare in modo “fusionale”. La rottura impedisce poi il funzionamento dell’intera struttura che di fronte alla separazione agisce dinamiche conflittuali distruttive. E’ vissuta come «morte della famiglia» dove diventa impossibile la collaborazione tra due persone che devono affrontare la spaccatura di un sistema che li collocava contemporaneamente nel ruolo di coniuge e di genitore (Dallanegra & Marzotto, 1998). La separazione avviene su vari fronti (emotiva, legale, economica ecc.) e ognuno può affrontare questi momenti con modalità e durata diversa. Questo può rendere la coppia poco disponibile alla cooperazione come genitori (inoltre molti adulti sono così occupati a gestire il proprio “lutto” e ad affrontare la nuova vita fuori dalla coppia, che hanno meno tempo ed energia da dedicare ai figli).
Il ruolo educativo dei genitori separati si basa principalmente sull’ impegno a “mantenere un legame” piuttosto che a rescinderlo, sempre che, ovviamente, le condizioni psicologiche ed emotive di entrambi lo consentano. Il “taglio netto” auspicato per la coppia, al fine di favorire la ripresa della costruzione della propria identità, non è una soluzione efficace per i propri figli. Non si può dimenticare di essere genitori per tutta la vita e che bisogna fornire ai figli una durevole e responsabile presenza educativa (Pati, 1984). In conseguenza di questa peculiarità del loro legame, sarebbe auspicabile che ciascun genitore non fosse per l’altro un argomento di cui non si può parlare o oggetto di sole recriminazioni. L’equilibrio con cui un genitore sa “salvare” l’immagine dell’altro, anziché demolirla (nelle parole con cui ne parla ai figli), preserva la «parentalità», pur nella perdita della coniugalità. Non elimina le tracce di una storia di amore che, anche se sfociato in rancori e litigi, ha segnato, per un figlio, il senso del suo essere al mondo (Iori, 2006)
Per questo potrebbe essere necessaria un’elaborazione da parte dei genitori, che li permetta di poter esistere “a prescindere” , negoziando di volta in volta le decisioni e le scelte da effettuare. Non si è allo stesso tempo padri e mariti, madri e mogli, ma si perdono entrambe le identità il giorno in cui non è più definita l’appartenenza alla famiglia. Riuscire a separarsi e, tuttavia, continuare ad avere rapporti sufficientemente buoni per collaborare come genitori è un processo difficile e avviene con difficoltà e tempi diversi per entrambi. Questo articolo nasce dalla convinzione – e anche dall’esperienza maturata in ambito psicopedagogico – che si debbano evitare tali situazioni a forte rischio psicologico ed educativo. Fallimento della coppia non significa automaticamente fallimento del proprio ruolo genitoriale. I bambini non soffrono solo per la separazione dei loro genitori (che rimane comunque un’esperienza dolorosa da affrontare e superare) ma la vera sofferenza sta nella perdita di uno di loro. Questo rappresenta la perdita di infinite possibilità esistenziali che la relazione con l’uno, o con l’altro, possono aprire sia da un punto di vista evolutivo che pedagogico. L’importante è la “rassicurazione” che i cambiamenti, nella vita di un bambino, non implicano una “disgregazione” e la rottura con uno dei genitori o, peggio ancora, lo schieramento con uno a scapito dell’altro. La separazione è un’esigenza che gli adulti devono affrontare, non il bambino. Seppur avvenga in modo corretto e consapevole non significa che venga vissuta scevra da ogni sofferenza, ma significa che questa potrà essere superata (come altre sofferenze della vita) non negandola ma aiutandosi, e aiutandoli, ad elaborarla e affrontarla. Il processo di condivisione educativa, in assenza di condivisione di coppia, esige una disponibilità che travalica diritti e doveri sanciti per iscritto, anche quando il rancore o la delusione sono ancora presenti. Questo implica un processo di rinegoziazione, l’elaborazione di un cambiamento e la formulazione di un nuovo modello di famiglia psicologica e sociale (Van Cutsem, 1999) a cui tutti i membri faranno nuovamente riferimento, senza il timore di essere puniti o di perdere un bene prezioso, l’amore dei propri figli.
Dott. Antonio Piccinni
Cigoli V., Gulotta G., Santi G., Separazione, Divorzio e Affidamento dei figli: Tecniche e criteri della perizia e del trattamento, Collana di Psicologia Giuridica e Criminale, Giuffrè Editore, 1983
Dallanegra P., Marzotto C., (a cura di) Continuità genitoriale e Servizi per il diritto di visita: esperienze straniere e sperimentazioni in Italia, Pubblicazione dell’Università Cattolica, Milano, 1998
Francescato D., Figli sereni di amori smarriti: ragazzi e adulti dopo la separazione, Mondadori, 1994
Fruggeri L., Diverse Normalità, Carocci Editore, 2005
Gigli A., La legge sull’affido condiviso: problemi e prospettive pedagogiche della co-genitorialità, INFANZIA», 2010, 1-2010, pp. 30 – 36
Iori V., Separazione e nuove famiglie: l’educazione dei figli, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2006
Malagoli Togliatti M., Montinari G., Famiglie divise: i diversi percorsi fra giudici, consulenti e terapeuti, Franco Angeli, 1995
Pati L., Pedagogia della comunicazione educativa, La Scuola, Brescia, 1984
Peterson J., Zill N., Marital Disruption, Parent-Child Relationships and Behavior Problems in Children, in Journal of Marriage and the Family, 48, 295-307, 1986
Santi G., Il Processo di divorzio: consulenza e psicoterapia, Milano, Franco Angeli, 1980
Scabini E., Psicologia Sociale della Famiglia, sviluppo dei legami e trasformazioni sociali, Bollati Boringhieri, 1995
Van Cutsem C., Le Famiglie ricomposte, Raffaello Cortina Editore, 1999
