Gli uomini devono riscoprire «la parte dura del loro mestiere»
Non è francese, ma si è sentito un papà non apprezzato, Francesco Monetti, 37 anni, architetto di Firenze: «Sono stato per undici anni un genitore chioccia con mia figlia. Mi sono occupato di tutto: da cambiarle il pannolino ad accompagnarla alle lezioni di danza. Nonostante fossi molto presente, ho lasciato che mia moglie prendesse tutte le decisioni importanti che riguardavano Giada e la bambina ha sempre riconosciuto nella madre la figura genitoriale più “autorevole”. Questo mi ha fatto soffrire e ho capito che dovevo riprendermi il mio ruolo». Quale? «Il padre – spiega Claudio Risé, psicoterapeuta e scrittore (con la casa editrice San Paolo ha pubblicato “Il padre, l’assente inaccettabile”) – è la persona che aiuta il figlio a scoprire la propria vocazione, a riconoscersi, a passare dalla famiglia alla società e lo aiuta gradualmente a trovare l’autonomia». Monica Rossi, imprenditrice di Perugia, sposata con due figlie di 24 e 23 anni, un giorno ha chiesto al marito di non fare più il «mammo»: «Quando la più grande a 18 anni ha terminato il liceo, era arrivato il momento di scegliere l’università. Aveva una grande confusione dovuta alla sfiducia nelle proprie possibilità. Le mancava la grinta, la spinta a voler affrontare il mondo. Chi doveva dargliela? Il papà, il solo a poterle inculcare fiducia in se stessa. Ma lui era affettuosamente infantile, l’amava come una mamma: era contento che gli stesse sempre accanto. Si sentiva appagato così».
Padri più teneri con i figli, spesso soffrono nel punirli e si defilano quando bisogna sgridarli. «L’uomo – spiega Risé – è alla ricerca di una tenerezza andata in gran parte smarrita nelle precedenti generazioni di maschi. E questo influenza molto le sue relazioni con i figli. Inoltre, per l’uomo di oggi, spesso, la donna non è più un’affidabile guida al sentimento: ha molti altri interessi (tra cui, l’affermazione economica e la voglia di fare carriera)». Bisogna che «i padri accettino anche la parte dura del loro mestiere – dice Giovanni Lato, 53 anni, manager di Milano e papà di tre figli -. Spesso per pigrizia lasciano decidere alle mogli, invece, le soluzioni vanno concordate insieme, ci deve essere molta trasparenza, confidenza e complicità. Ognuno ha un suo ruolo, se un genitore fa tutto da solo c’è qualcosa che non va». Come faccio il papà? «Ascolto, cerco di dare loro una direzione e capire i momenti della vita. I miei genitori mi hanno trasmesso il valore di dire di no e sì alla stessa maniera e io lo faccio con Lorenzo, Edoardo e Angelica cercando di favorire la loro crescita». Per esempio? «L’ultimo anno del liceo, il secondo dei miei figli, tornava sempre tardi a casa, non era molto presente. Un sabato, a pranzo, gli ho detto “se non ti vanno bene le regole e gli orari puoi andare via”. Si aspettava la strigliata, non i miei toni pacati. Ha capito e cambiato atteggiamento».
I genitori sono più preoccupati di farsi amare e non di educare. La causa è «nel discorso sociale che ci governa, che tende a rendere tutto possibile: non c’è più l’esperienza del limite, dell’impossibile», spiega lo psicanalista Massimo Recalcati nel suo libro «Cosa resta del padre?» (edito da Raffaello Cortina). Che i papà abbiano più contatti con i figli e non esistano più i «padri padroni» di un tempo è una conquista. Ma cosa vuole dire mantenere la posizione di padre? «Portare avanti la responsabilità della propria parola – si legge -, essere presenti, accettare il conflitto, far percepire la differenza delle generazioni. Il padre deve incarnare l’esperienza del limite. La questione è su chi, tra i genitori, si assume il compito di reggere i conflitti». Le difficoltà nascono quando non lo fa nessuno dei due.
rburattino@corriere.it
Rossella Burattino
22 ottobre 2011
