3° incontro protetto..che fatica essere padri

Trascriviamo la lettera di Ales, terzo tentativo d’incontro “protetto” col piccolo figlio che gli è stato portato via. La cronaca è di Ales, non servono altre parole perchè sappiamo che la realtà è spesso più incisiva della fantasia.

Così chiunque avesse dubbi su quello che accade ad un papà che vuole stare con suo figlio e passa attraverso le istituzioni in seguito alla fuga della moglie da casa, può in prospettiva, immaginarsi il personale delirio a cui moltissimi di noi e voi potremmo essere sottoposti. Questo racconto ha una duplice valenza, a voi intuirla.

10 settembre 2009
Oggi terzo incontro con Davide. Protetto, o meglio super-protetto.

Con me psicologa consulente iscritta all’albo del tribunale dei minori di Roma. Grazie a Vincenzo Spavone presidente GESEF per l’ottimo consiglio. La dott.ssa Bernabeo mi ha salvato oggi, senza la dott.ssa sarei stato seppellito.

Arrivo alle 16,20 al centro dove incontro Davide dopo 213 giorni dalla sottrazione al piccolo, per rivederci per la terza ora. Oggi è durato 15 minuti il nostro incontro.

Pranzo con cugino Dario a Trastevere e saluto con Stefano sino al centro. Mi avete distratto (grazie! Non sapete quanto vale) anche se il giro e compressione nello stomaco ce l’avevo lo stesso. La psicologa mi ha detto che è ansia. La batteremo il tempo di tornare a fare qualche corsetta.

Alle 13.52 ricevo telefonata da Servizi Sociali di Roma. Hanno sulla scrivania la mia lettera spedita ieri via fax dove comunico che sarò accompagnato da Psicologa competente. Mi dicono che non può esserci. Chiedo come mai per una situazione che riguarda loro interessi (difesa?) mi chiamano ma, per darmi notizie su stato salute e cure che il piccolo Davide ha fatto dal 9 febbraio della fuga, vaccini crescita primi passi e ogni altra cosa, nulla! Nulla è dovuto? No, mi arriveranno le risposte. “Quando? – chiedo – nel 2012? È possibile che ci sia questa lentezza? Anche su lettera che vi inviato il giudice il 30 aprile avete scritto nel comunicarmi l’11 agosto (!) che avete ricevuto la lettera il 28 maggio”. Segnalo che mi informo su nomi postini che impiegano 28 giorni per recapitare una lettera, quando oggi tra mail, fax e posta prioritaria (!) le notizie viaggiano in tempo reale. Chiedo chi decide chi mi dà le notizie e mi indispone per creare disagi e paure. Nulla, la voce della dolce assistente sociale è solo traballante. Segnalo che è meglio stare tranquilli, sono un padre cancellato con 8 pagine di denunce penali e con servizi sociali di Parma scomparsi e di Roma latitanti imbarazzati.

Ore 16,30 sono dentro gli uffici a distanza dalle stanze con Davide (a circa 100m sulla stessa strada), con noi l’educatrice. Gentile, segnala le solite cose, compreso che non devo far le foto. “Perché?” – chiedo. Risposta? Il nulla. Non si può. Segnalo che potrei fare anche riprese e non dire nulla ma sono stupito della dietrologia non motivata. È un motivo inesistente! Non posso guardare mio figlio lontano in foto. Ne ho 20 mila da quando è in pancia e sino alla sera prima (8 febbraio con una rosa) che me lo portassero via. “Legalmente” pare. Ma la madre è indagata per sottrazione di minore.

Siamo prima in una stanza poi ci fanno allontanare nella stanza lontana. Si va fuori si cammina, 10 minuti come l’ammonizione nel rugby. Non saranno 10. Non è rugby. Davide piange. Passano i minuti e i dieci minuti e i quindici… La psicologa non potrà essere all’incontro. Va bene. Passano altri 15 minuti. Ogni tanto il via vai dell’educatrice che torna e dice che non posso ancora entrare. Davide piange.

Mi chiedono alle 17,30 di andar via, non si può fare l’incontro. Non ci sto! Prendo posizione e segnalo che non per il motivo distanza o presa di posizione (Parma-Roma) ma per il rapporto padre-figlio negato e quasi distrutto; non vado via e voglio vedere Davide. Sottolineo che devono agire come avrebbero dovuto fare un’ora prima: allontanare la madre e farmi entrare e stare con Davide, per distrarlo e giocare con lui. Ho portato dei giochi di intuizione e intelligenza, palloncini, palla da tennis (grazie Alessandra del Toys ieri, mamma che ha cresciuto un figlio oggi 14enne da sola e con il padre scomparso. Mi fa i complimenti per il mio voler essere padre. È già successo in questi mesi che mi venga detto. Ma non mi interessa e mi spiace solo per la stupidità ed il danno ai bambini). Nello zaino ho la frutta, qualche altra palla di gioco della culla di Davide che non c’è mpiù, anche due piccoline da rugby che mi ispirano fiducia, secondo me sono le uniche che hanno creato ricordo in Davide nel primo incontro. Il grattugino per la frutta per la merenda e il cucchiaino, i piatti li hanno a Roma, usati anche l’ultima volta.

La psicologa sulla mia reazione decisa con massima professionalità segnala che in varie sedi gli incontri protetti prevedono che la madre debba lasciare il figlio all’uscio della porta e poi far subito entrare il padre. Rimarca che io sono pieno di paure, per quanto a mio carico e che c’è da tutelarmi per il rapporto padre-figlio. “Alessandro Fino ha timore – precisa – sino alla paura per qualsiasi cosa faccia”. Grazie, purtroppo dott.ssa è vero. Potrei far la fine di tanti papà denunciati anche se respiravano con una narice storta.

Via vai, su e giù dell’educatrice. Mi fanno firmare dei fogli per le presenze del 13 e 27 agosto e di oggi. Fogli in bianco con tante caselle. Dei crittogrammi. Non mi fido. Chiedo ironicamente se sono una cambiale in bianco. Ride l’educatrice. La psicologa mi conferma che posso firmare. Segnalo che non va bene che anche l’ultima volta c’è stata un cattiva gestione, la madre doveva stare lontana non parlare a voce alta dietro la porta. E Davide piangeva e la reclamava.

Alle 17,40 circa mi accompagnano nei locali, lavo le mani con la Muchina comprato ad hoc. Devo abbracciare Davide vengo da treni e metro. Solo. Ci sono molti bambini down con due educatori. Seduti intorno al tavolo della grande sala. Nella stanza successiva, separata da un salone, c’è la stanza con Davide. Arrivo ho gonfiato un palloncino. Davide si distrae ma è irrequieto. Sbattuto. Lo prendo in braccio lo bacio. Lo accarezzo. Faccio le faccette e i gesti. Niente; piange e si distrae poco. Lo lascio e scappa. Rimane solo in un angolo. Calcia la palla da tennis. È lì solo. Impaurito. Ripete sempre “mamma”. È giusto, conosce solo lei ormai. Non ha padre. Non è stato consentito farglielo conoscere. Cerca nell’angolo la fuga, l’angolo non aveva uno specchio come pareva, come tanti nella stanza. Era un angolo ripostiglio, Davide si infila dentro e si ritrova con delle scope e secchi, entro dentro. Non avevo capito nemmeno io. Lo prendo in braccio e gonfio palloncini ma si spaventa. Osserva curioso solo quando li faccio scappare dalle mani e in volo. Nulla però, anch’io sono a disagio. C’è chi lava a terra e saluta, un ragazzo.

Poi… idea. I giochi intelligenti. Apro la scatola con i puzzle di orsacchiotti. Mamma, papà, sorellina orsacchiotta e fratellino. Togli un vestito e infila un altro. Lo vedo per la prima volta attento e non piangere. Muchetto dal naso e lacrime piene. Tante prima che non escono ora. Asciugate. L’assistente lancia palloni e chiedo di stare ferma voglio stare solo con Davide. È tranquillo un attimo e basta impulsi da ogni dove. Piccolo e frastornato. Dura poco il gioco mi viene detto che deve essere lasciato alla madre. Lo tengo in braccio e chiedo altri 5 minuti solo con lui. Esco fuori nel salone che dà verso l’altro salone dove c’è il calcio balilla. Lancia la palla. E… c’è la madre in fondo con l’educatrice e Davide subito riprende a piangere. Lo riporto nella stanza dei giochi per salutarlo in serenità. Piange di nuovo. Gli parlo tenendolo a me. So che devo lasciarlo. Tutto è durato 15 minuti. Come una corsa veloce, corsa male, molto male. Con Davide smarrito, non è rapporto recuperabile. Davide, tieni duro ti prego! Per la vita.

Mentre sono con lui per salutarlo con calma sento dei colpi violenti alla porta della stanza. Chiedo chi è. Sento una voce. È la madre. Corre l’educatrice cerca di strapparmi Davide. La blocco. Davide oggetto di contesa, Davide pacco. Dico: “ma cosa fa mi placca???” Glielo porto io sull’uscio. Me lo strappano. Disagio e smarrimento sono in tutti. Arrivo all’uscio, Davide mi viene strappato (il bimbo, il figlio….un pacco) la madre dal salone con oltre una decina di ragazzi down presenti e due educatori ed alla presenza dell’educatrice e dell’assistente sociale applaudiva e urlava “Complimenti, complimenti!!!!” si riprende Davide.

Ho riconosciuto benissimo la sua voce, esco fuori dalla stanza dei giochi e segnalo subito “chi urla applaudendo e dicendo complimenti, per me è stata la signora indicandola!”. Educatrice e assistente sociale hanno gli occhi sbarrati. Vengono verso me. Negano. Io ripeto: “è stata la signora G……., riconosco la voce. Cosa succede?”. Lei scappa in una stanza. Chiedo agli educatori (ci sono i bambini e mi avvicino molto agli educatori e tenere i bambini down lontani”. Negano di aver sentito. Negano e negano. “Cosa dite!? Eravate tutti qui!”. Torna da me l’educatrice. Ha la faccia smarrita come Davide, solo che non piange. Mi chiede di uscire e nega di aver sentito, ancora. Vedo nella stanza l’assistente sociale con la mamma e Davide. Busso per salutare. Esce solo l’assistente, le ricordo cosa è appena successo. Nega. Vado via. Mi accompagna solo l’educatrice dalla dott.ssa Bernabeo. Segnalo che il sistema per gli incontro protetti è inadeguato. Non c’è corretta gestione. Non ci sto. Parlo. Adesso basta! Se devo fare come tanti che devono rifarsi una vita, non ci vuole nulla, devo imparare cos’è l’indifferenza e applicarla, già come l’omertà. Ma sant’Iddio Davide è in ogni minuto della mai vita quotidiana e voglio solo il suo bene. E non lo vedo. Non viene agevolato nulla per far recuperare il rapporto padre-figlio. Per il bene e solo per il bene del figlio!

Chiamiamo il taxi ci allontaniamo. Uscendo sento dire ad un bimbo down: “non si fa così con un bambino”. Mi vergogno per Davide, per me e per tutto. Ho sentito una bocca di verità. Vera e sincera. Detto da un normale più di chiunque altro. Un bimbo down. Vorrei parlare con lui. Dirgli che dice il giusto. Ma non si riesce a fare il meglio per un bambino ormai pacco e oggetto di discordia. Ho in mano tutti gli oggetti e le borse alla rinfusa. La dott.ssa Bernabeo ha la mia borsa con i documenti di lavoro e pc. La più pesante. Mi scuso e la ringrazio. Gentilissima, mi espone anche il suo imbarazzo per quanto visto. Non è una struttura adeguata. Scendiamo dal taxi, ci salutiamo e ascolto le sue indicazioni. Camminiamo verso la mia metropolitana, c’è un grande blocco di gente zona centrale Vaticano. Uomini in divisa sotto un portone ed una ragazza che piange e urla. Racconta con disperazione e spavento che un uomo l’ha portata di forza nell’atrio del bel palazzo (al fianco tanti negozi di alta moda e profumeria) le ha intimato di togliersi i pantaloni e poi le ha tolto la cintura con forza e le ha tolto i pantaloni. Ragazza giovane, ben vestita. C’è calca. Arrivano i Carabinieri e con la dottoressa ci guardiamo. Io ho pensato “che brutto mondo che abbiamo”. La dott.ssa avrà pensato in quella scena qualcosa di simile.

Metro e stazione Termini: treno c’è l’ultimo alle 20,30 sono le 19,30 è appena partito l’altro. Arriverò alle 2 a Parma. Biglietto, acqua. Binario 8. Squilla il telefono. Non rispondevo a nessuno. Mamma e altri mi cercavano. Anche lavoro. Ho deciso di parlare solo con Donato, cognato-amico vero. Poi solo mi serve. Ore 19.36 sul cellulare un nome da telefonata: “B…..a G. la mia mammina”. Il nome della mamma di Davide sul cellulare. Incredibile! Tanti squilli e guardavo incredulo. Finiscono, chiamo io. Le chiedo come sta Davide. Seconda volta in 7 mesi che mi chiama. Non ha mai risposto a mie lettere e altro. Mi dice “ma cosa stai facendo non lo sai che quelli là dei servizi sociali sono delle merde? Io non ho detto niente contro di te, io non ce l’ho con te. Tu mi odi”. Chiedo cosa ha detto a cosa si riferisce. Risponde: “non ce l’avevo con te oggi lì, ma con quelle lì dei servizi sociali. Non lo sai che non capiscono nulla? Tu hai fatto le denunce e le hai messe in mezzo!” – dice con tono quasi di giustizia. Le chiedo solo di parlare di Davide, attacca parla a valanga “io non ti odio, tu pensi solo questo io con te volevo crescere Davide”. Bene le chiedo serietà e segnalo che non possiamo parlare ancora, come già segnalato verrà il tempo per ritornare a parlare; io sono indagato penalmente per 3 reati penali viste le 8 pagine di denunce da lei firmate mentre vivevamo insieme. Lei ribatte con voce da innocente-stupita (forse vera): “Non pensavo fossero così gravi, non lo sapevo. Tu non mi hai mai voluta né a me né a Davide. Tu hai messo in mezzo le denunce e i servizi sociali”. Frasi che ha ripetuto sempre, stesso ritmo. Le ricordo come scappò l’8 aprile 2008 con Davide all’improvviso e non rispondeva al telefono e per avere notizie ho dovuto ricorrere alla legge. Ma non avevo mai notificato le denunce e detto tutto a lei e servizi sociali di Parma sempre cercando dialogo, ma raccogliendo quello che vivo oggi con Davide.

Mi dice che io le chiudo sempre il telefono in faccia che non voglio costruire un rapporto. Preciso che è la seconda volta in 7 mesi che mi chiama e che io non ho avuto mai riscontri da lei in questi mesi su miei scritti. La prima ero al lavoro e le ho risposto due volte e parlato. Poi mi chiamava sempre sino alla mezzanotte. Segnalo che deve essere chiarita la questione penale, di accelerare e favorire le indagini e di rendersi disponibile come sto facendo io. Ripete che lei non sa nulla e che non ha mai ricevuto nulla da me, sms, lettere, telex, mail. Le segnalo che su ricevute ritorno c’è sua firma ma non sua grafia. Le raccomando di non esagerare e di pensare a costruire un rapporto per crescere in serenità Davide. Per abbassare i toni le dico di frequentare la Carfagna e le anti-violenze donne a Roma in questi giorni. “Non me ne frega niente della Carfagna” – risponde netto.

Mi richiama ancora alle 20.44 ero sul treno. Trovo sms. Richiamo e chiedo se c’era qualcosa su Davide. Dice che non ha tempo ma parla a valanga, della nostra storia, dell’amore ecc ecc.; si interrompe la comunicazione solo perché non c’è più linea per via delle gallerie. Ripete storie sull’amore e su Davide e su me che non volevo lei e Davide. Le ripeto che non sarei al telefono e non farò mai come tanti. Solo per il bene di Davide. Chiedo se riceve i miei soldi e chiedo restituzione di tanti miei oggetti personali rubati il 9 febbraio tra cui la mia Bibbia delle scuole medie. “Per te è più importante la Bibbia di me e Davide” – risponde. “Certo” penso tra me e me, almeno non si può usare come arma-oggetto-pacco-bamcomat di richiesta e ricatto.

Chiedo una regola comune e consiglio poi chiudo: non piangiamoci più addosso. Mi parlava dei suoi tre granulomi ai denti. Chiede di me. Dico che sto bene, che ho perso 11 kg dopo l’operazione all’ernia del disco in Natale che ora peso 71kg, che faccio le mie cure per la sclerosi multipla. Normalità. Basta dire che fa male il dente per non fare i compiti, come a scuola.

Davide sei l’unica vittima. È l’unica certezza. Sei nato in un brutto mondo e Paese. Ma giuro, lo farò diventare bellissimo per te!

Ore 23.42 Bologna, scendo aspetto un altro treno per Parma dove abito.

Ales
alesfino@libero.it

Un commento

  1. sono 6 anni che vedo mia figlia 10 ore la settimana.
    Un papà di Galatina(Lecce) 3 ore la settimana.
    Un papà di Lanciano sono 7 anni che combatte contro i metodi CRIMINALI di tribunali e S Sociali….ci sono troppi papà che vivono la stessa situazione.
    Ho sempre pensato ke mia moglie fosse una criminale ma poi….
    poi…ho conosciuto i tribunali e i s. sociali….mi sono ricreduto su mia moglie.

    Sergio N.da Taranto

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