I diritti negati dei padri: un fattore di suicidio maschile?

Nelle prime ore del mattino del 7 gennaio, il 43enne Derrick K. Miller si avvicinò a un agente di sicurezza all’ingresso del Palazzo di Giustizia di San Diego, dove un tribunale della famiglia aveva da poco emesso una sentenza contro di lui per il ritardo nel versare l’assegno di mantenimento per i figli.
Stringendo i documenti del tribunale in una mano, con l’altra ha estratto una pistola. Ha esclamato: “VOI me l’avete fatto” e si è fatalmente sparato attraverso il cranio. Il suicidio di Miller è il simbolo di una tendenza globale spaventosa: un allarmante aumento dei suicidi maschili. Secondo un ciclo di studi condotti in Nord America, Europa ed Australia, una delle cause dell’aumento potrebbe essere la discriminazione dei padri nei tribunali della famiglia, in particolare il divieto di accesso ai loro figli. Se stesse avvenendo un simile aumento di suicidi femminili, [fusion_builder_container hundred_percent=”yes” overflow=”visible”][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ background_position=”left top” background_color=”” border_size=”” border_color=”” border_style=”solid” spacing=”yes” background_image=”” background_repeat=”no-repeat” padding=”” margin_top=”0px” margin_bottom=”0px” class=”” id=”” animation_type=”” animation_speed=”0.3″ animation_direction=”left” hide_on_mobile=”no” center_content=”no” min_height=”none”][si indirebbe] una crociata pubblica per richiedere un rimedio. Eppure il tasso straordinariamente elevato di suicidi maschili è raramente oggetto di dibattito. Quali sono le statistiche? Secondo la relazione di un congresso chirurgico del 1999, il suicidio è l’ottava causa di morte in America, con gli uomini quattro volte più inclini ad uccidersi rispetto alle donne. La prevalenza del suicidio di sesso maschile non è limitata al Nord America. Uno studio australiano ha prodotto statistiche simili. Di 2.683 morti suicidi in Australia nel 1998, 2.150 sono maschi, rendendo il suicidio la seconda causa di morte fra gli uomini di 25-44 anni. L’Australian Institute of Health and Welfare riferisce che il tasso di suicidi per gli uomini tra i 20 ei 39 anni è aumentato del 70% negli ultimi due decenni. Statistiche provenienti da Irlanda e Regno Unito indicano un tasso di suicidio maschile cinque volte più elevato di quello delle donne. Infatti, un recente studio ha rilevato che il suicidio è la principale causa di morte per gli uomini irlandesi fra i 15-34 anni. La ricerca evidenzia anche una probabile causa. Secondo il sociologo Augustine Kposow dell’Università della California a Riverside, il divorzio e la perdita dei bambini è un fattore. “Per quanto riguarda l’uomo [divorziato], egli ha perso il suo matrimonio ed ha perso i suoi figli e ciò può portare a depressione e suicidio” ammonisce Kposow.

Gli studi australiani hanno suggerito che i moventi per alcuni dei suicidi includono la “rottura del matrimonio”. “Vi sono prove che suggeriscono che molti uomini percepiscono di essere stati discriminati nelle sentenze della Corte di famiglia”, sostiene lo studio. Tagliati fuori dai loro figli, gli uomini divorziati sperimentano intensamente “la frustrazione e l’isolamento”. Tuttavia, la motivazione per il suicidio di sesso maschile rimane una questione di speculazione [ipotesi], perché sul tema si è concentrata una scarsa ricerca. Il raccontare le storie di questi uomini dimenticati è stato lasciato in gran parte ai siti web sui diritti dei padri, come Dads4Kids.
Vi si legge di Warren Gilbert che morì di avvelenamento da monossido di carbonio, stringendo una lettera del Child Protective Service. O di Martin Romanchick, il funzionario di polizia di New York City che si è impiccato dopo che gli era stato negato l’accesso [ai figli] a causa delle accuse mossegli dalla sua ex-moglie, donna dichiarata frivola dalla Corte. O di Darrin White, un canadese che si è impiccato dopo che gli era stato negato l’accesso [alla figlia] perché non poteva pagare il mantenimento del bambino che era il doppio del suo salario. Sua figlia di 14 anni ha scritto una lettera al primo ministro canadese in cui ha sottolineato “la frustrazione e la disperazione causata nel trattare con il sistema giudiziario canadese della Famiglia” come il “maggio fattore” della morte di suo padre. “So che mio padre era un uomo buono e un buon padre. … E, ovviamente, ha raggiunto un punto in cui si poteva vedere che la giustizia era al di là della sua portata e, per motivi che Dio solo sa, ha deciso che togliersi la vita era l’unico modo porre fine alla sua sofferenza”, ha scritto Ashlee White. Ashlee ha firmato la lettera “In memoria di mio Padre amorevole”.
I Tribunali della Famiglia sono profondamente prevenuti contro i padri? Io credo di sì. Ma discutere la questione è quasi un tabù. Com’è che prevale il silenzio? Quando hai sentito l’ultima di discussione sul fatto che un “padre” non dovrebbe avere alcuna voce in capitolo sull’aborto?
Il solo sollevare la questione suscita risposte ironiche e sprezzanti. Eppure, se gli uomini sono costretti a sopportare la responsabilità legale per i bambini, allora non è assurdo chiedersi se debbano avere pure qualche prerogativa.
Il punto qui non è come la questione debba essere risolta. Il punto è che la questione dovrebbe essere posta. Derrick Miller può essere una buona scelta come una cause célèbre per i diritti dei padri. Il suo suicidio potrebbe essere stato innescato da una malattia mentale o da abuso di droghe. Eppure, Miller è il simbolo non solo della discriminazione contro i padri, ma anche delle discriminazioni sui problemi di salute mentale degli uomini. Ad esempio, l’Organizzazione nazionale per le Donne [NOW] non hanno esitato a difendere la disturbata mentale Andrea Yates, che ha ucciso i suoi cinque figli: un atto molto più atroce. Ma Yates è una donna e sarà considerata de facto come una “vittima” di una parte significativa della società, anche all’ombra dei cadaveri dei suoi figli. Al contrario, Miller è un uomo e si dispiega uno dei più grandi stigmi sociali: il papà molla-sberle. Così, anche le circostanze drammatiche del suo suicidio hanno occupato solo sei paragrafi in The San Diego Union Tribune.
La posta in gioco è troppo alta per i media per poter restare riluttanti a commentare. Come attivista per i diritti degli uomini James R. Hanback Jr. ha osservato, in un articolo su Miller: “Non importa chi sei o dove vivi, è probabile che vi sia un uomo della tua vita … che ha patito del dolore e dell’angoscia, associati con divorzio, affidamento dei figli o battaglie per il mantenimento dei figli”.
Il suicidio maschile dev’essere affrontato con onestà prima che l’America segua la via dell’Irlanda, prima che il suicidio diventi la principale causa di morte degli uomini giovani. E, forse, di un uomo che conosci ed ami.

(traduzione redazione)

Wendy McElroy

http://www.ifeminists.com/introduction/editorials/2002/0129.html

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Ci è parso utile integrare l’articolo con dati rilevati fino al 2004 dall’attuale associazione FENBI sul territorio italiano

DATI PROVENIENTI DAL CENTRO ASSISTENZA GENITORI SEPARATI

Il monitoraggio che segue è stato divulgato in conferenza stampa nel luglio 2004 ed è parte del pluriennale impegno dell’Associazione EX nel raccogliere dati non resi disponibili da fonti ufficiali.

Istituti di statistica e Criminalpol prevedono la voce “omicidi in famiglia”, vale a dire i fatti di sangue maturati fra parenti di vario grado.
Tra gli omicidi in famiglia sono però comprese diverse tipologie di delitto che non hanno nulla a che vedere con crisi di coppia e figli contesi: adolescenti che pianificano l’uccisione di fratelli e genitori per avere maggiore libertà, per questioni di interesse o per nascondere insuccessi scolastici e poi nipoti tossicodipendenti che uccidono i nonni non più disposti a sostenerli economicamente, fratelli che ricorrono alle armi per questioni di confine, violente spartizioni di eredità che coinvolgono zii, cugini, cognati, etc.
Una percentuale rilevante di omicidi in famiglia, inoltre, è concentrata in due filoni che riguardano vittime appartenenti a fasce d’età diametralmente opposte, come neonati ed anziani:

gli infanticidi diretti o conseguenti ad abbandono, quei delitti commessi dalle madri con varie modalità ed imputati alla depressione post partum. i cosiddetti delitti eutanasici, quei delitti nei quali la molla che spinge ad agire è il desiderio di porre fine alla sofferenza di un congiunto malato terminale.
Nessuna voce ufficiale delitti familiari prevede un sottogruppo specifico per il disagio sociale legato a separazioni, divorzi, cessazioni di convivenza e minori contesi, pertanto l’Osservatorio dell’Associazione EX costituisce in merito l’unica fonte, seppur ufficiosa, da anni.

Monitoraggio effettuato dall’Osservatorio dell’Associazione estrapolando i casi di suicidio dall’archivio dei fatti di sangue maturati nell’ambito delle separazioni, dei divorzi e delle cessazioni di convivenza.
Dal solo titolo, a volte, non è evidente la riconducibilità dell’episodio ad una vicenda di separazione, che emerge leggendo ulteriori particolari raccolti dal cronista. Siamo in possesso degli articoli di stampa in originale relativi ad ogni episodio preso in esame dal monitoraggio.

Tabella riepilogativa

1996 – 6 episodi con 5 suicidi singoli ed 1 suicidio connesso ad altro delitto – 7 vittime

1997 – 7 episodi con 3 suicidi singoli e 4 suicidi connessi ad altri delitti – 12 vittime

1998 – 10 episodi con 6 suicidi singoli e 4 suicidi connessi ad altri delitti – 16 vittime

1999 – 9 episodi con 3 suicidi singoli e 6 suicidi connessi ad altri delitti – 15 vittime

2000 – 18 episodi con 8 suicidi singoli e 10 suicidi connessi ad altri delitti – 38 vittime

2001 – 10 episodi con 2 suicidi singoli e 8 suicidi connessi ad altri delitti – 22 vittime

2002 – 26 episodi con 9 suicidi singoli e 17 suicidi connessi ad altri delitti – 57 vittime

2003 – 25 episodi con 5 suicidi singoli e 20 suicidi connessi ad altri delitti – 54 vittime

2004 – 11 episodi con 3 suicidi singoli e 8 suicidi connessi ad altri delitti (al 30.6.04) – 21 vittime

19 decessi nel biennio 1996/1997
31 decessi nel biennio 1998/1999
60 decessi nel biennio 2000/2001
111 decessi nel biennio 2002/2003
21 decessi nel primo semestre 2004

45 suicidi come episodi isolati, con 45 vittime (la sola persona che si toglie la vita)
77 suicidi al termine di altro delitto, con 197 vittime (il suicida più altri soggetti coinvolti)

totale: 122 episodi per 242 vittime
Autori: 113 uomini, 5 donne, 4 minori

L’uomo è di gran lunga in testa nell’elenco dei suicidi legati al disagio generato dalle separazioni e dai figli contesi, con 113 casi su un totale di 122 (92,6%), seguito da 4 casi di suicidio di minori e 5 casi di donne che si tolgono la vita.

Si riscontrano significative differenze percentuali estrapolando i soli suicidi maturati fra separati dai dati dei suicidi complessivi forniti dagli istituti di ricerca.

75,6% di uomini e 24,4% di donne nel 1997
76,3% di uomini e 23,7% di donne nel 1998
74,8% di uomini e 25,2% di donne nel 1999
74,9% di uomini e 25,1% di donne nel 2000
75,4% di uomini e 24,6% di donne nel 2001
74,8% di uomini e 25,2% di donne nel 2002
(fonte annuari ISTAT; per il 2002, dati disponibili fino ad agosto).

Ne risulta che gli uomini, in ogni caso, si tolgono la vita in percentuale maggiore di quanto non facciano le donne (all’incirca un suicidio femminile ogni tre suicidi maschili), senza però mai sfiorare il picco da monopolio che si riscontra fra i separati. Nelle separazioni sparisce o quasi la percentuale di donne suicide, che per tutti gli altri fattori di rischio (perdita del posto di lavoro, depressione, solitudine, indigenza, patologia allo stadio terminale, scomparsa di un congiunto, etc.) si attesta invece intorno al 25% del totale, dal minimo del 23,7% nel 1998 al massimo del 25,2% nel 1999 e nel 2002.

La separazione, inoltre, rappresenta l’unico fattore di rischio che spinge al suicidio esclusivamente il padre, pur essendo l’unico fattore di rischio che coinvolge un target obbligatoriamente composto dall’identico numero di donne ed uomini. E’ ormai opportuno ripensare la definizione di soggetto debole, o quantomeno individuare – accantonando postulati e luoghi comuni – i soggetti che maggiormente vengono indeboliti dalla scissione della coppia e dalla conseguente involuzione del tenore di vita, ma soprattutto dall’affido esclusivo dei figli, dalla forzata inibizione delle relazioni genitoriali e dagli attriti che ne derivano.

L’inibizione legalizzata di ruoli e relazioni genitoriali innesca una spirale di disperazione della quale il suicidio è l’aspetto più eclatante, ma non l’unico e neanche il più drammatico.
I fatti di sangue costituiscono solo la punta dell’iceberg di un disagio sociale pericolosamente diffuso.
L’esclusione dalla vita dai figli ha devastanti ripercussioni sulla sfera relazionale ed emotiva del soggetto escluso e dei figli stessi.
Una nuova tipologia di soggetti deboli viene quindi costantemente alimentata dall’attuale Diritto di Famiglia e dalla conseguente giurisprudenza che si adagia sui binari consolidati dell’affido monoparentale, nonché dalla logica giuridica del conflitto e della mancata scissione fra ruoli coniugali e ruoli genitoriali.
Altro dato emergente, connesso all’incremento di separati che si tolgono la vita.
Si modifica la tipologia dell’evento: il suicidio arriva con sempre maggiore frequenza al termine di una strage che coinvolge i figli e/o l’ex coniuge o altri componenti del nucleo familiare, con diversi gradi di parentela.

EPISODI AL FEMMINILE

28 aprile 1999, Trapani: una giovane mamma si cosparge di benzina perché i figli sono trattenuti dai nonni paterni che le impediscono di rivederli. Ricoverata in condizioni disperate, muore il giorno successivo.

10 settembre 2002, Chieti: una donna si toglie la vita perché non sopportava di vivere senza i figli, allontanati dai Servizi Sociali competenti per territorio.

05 ottobre 2003, Messina: una donna, depressa per la separazione, si getta con l’auto nelle acque del porto. Nell’auto ci sono anche i due figli.

19 dicembre 2003, Milano: una donna si suicida gettandosi con l’auto in un canale insieme al figlio di due anni, che temeva di perdere dopo la separazione.

30 giugno 2004, Vieste: una donna soffoca i figli e poi si toglie la vita con la stessa modalità del nastro adesivo stretto al collo. I vicini riferiscono liti e clima di separazione fra i coniugi, indagini ancora in corso.
I cinque casi di suicidio al femminile rappresentano la conferma di come non contribuiscano solo gelosia, disturbo mentale o mancata rassegnazione alla fine di un rapporto (le motivazioni sempre addotte quando ad uccidere ed uccidersi è un padre), ma siano soprattutto l’allontanamento forzato della prole e l’inibizione del ruolo genitoriale a spingere i genitori a compiere gesti disperati.
L’interruzione giuridica del progetto genitoriale viene vissuta in larga maggioranza dai padri, ragione per la quale sono gli stessi padri a figurare abbondantemente in testa nell’elenco degli autori di omicidio legato alla separazione. Ed a monopolizzare, o quasi, i suicidi. Una ipotetica controprova si avrebbe capovolgendo il quadro generale tramite la esclusione sistematica delle madri dall’affido dei figli, con la conseguenza di inibirne drasticamente le frequentazioni e l’influenza nel processo di crescita: con l’inversione dei ruoli ci troveremmo inevitabilmente a commentare la casistica di una maggioranza di donne disperate che uccidono e si uccidono. Vogliamo augurarci di rimanere nel campo delle ipotesi e di non essere costretti a prendere atto di nessuna macabra controprova.

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2 commenti

  1. Vero, verissimo, il guaio è che non si deve dire quando un padre fa una strage è sempre un mostro, quando si suicida è sempre infangato da qualche colpa: è incapace di affrontare i problemi, fugge dalle responsabilità, è un debole, etc.
    Quando è una madre ad uccidere o uccidersi è sempre una vittima, spinta a farlo da fattori esterni: è malata, depressa o provocata..
    Privare i padri dei figli non è considerato un evento destabilizzante, il padre non è previsto che soffra, stia male fisicamente ed emotivamente, che ne rimanga indelebilmente segnato fino a non desiderare più vivere
    Forza padri, forza, non assecondiamo il Sistema

  2. Senza i magistrati che violano manifestamente la costituzione ed i diritti umani dei bambini (e dei genitori), le sequestratrici nulla potrebbero fare.
    Ovvio che, da matrimoni business quasi al totale delle pseudo – "unioni", il soggetto opportunista e calcolatrice si prende ciò che aveva appunto calcolato: l'usurpazione di tutto il possibile da un uomo che era incapace di amare, e la distruzione di quanto gli rimane.
    Quest'ultimo punto è tutto femminile: lui non deve ricostruirsi nulla beneficiando un'altra!

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