Il costo del sociale, pelle denaro e rabbia

è fresco fresco il nostro articolo

http://www.genitorisottratti.it/2010/08/quindicenne-subisce-abusi-in-comunita.html
e subito ci vengono proposti a seguire questi altri, che a nostra volta vi sottoponiamo, per sottolineare quanto il tema sia caldo è nel mirino di varie realtà attente al sociale ma anche indicatrici che i problemi possono venire risolti anche in altri modi…come? La soluzione più semplice, la più economica, la più umana:-Un minore costa allo stato in una casa famiglia 100 euro (costo medio) al giorno, SECONDO VOI se lo stato ne desse LA META’ alla famiglia d’origine….come andrebbero le cose? dal nostro punto di vista le famiglie avrebbero meno problemi, i minori rimarrebbero in un contesto più consono e lo stato risparmierebbe il 50% e certe figure di m…a
introduciamo il primo articolo che trova in questa introduzione un senso, e vi invitiamo a pensare anche voi, col vostro buonsenso, se questo modo di gestire le cose possa mai avere un futuro….

DA: SOTTOLINEA INFO: AGENZIA DI INFORMAZIONE SOCIALE
Direttore responsabile: Mario Marchi
Testata depositata al tribunale di Milano
Editore: Biancarosa Onlus

Bene fuori, male dentro

Siamo in Sardegna, ma potremmo essere davvero ovunque. Una donna in difficoltà, che non riesce a garantire alla figlia di 15 anni e al fratello di 11 giornate serene, sostentamento sufficiente. Se le istituzioni, le leggi prevedessero un sostegno diretto la donna potrebbe tenere forse i figli con se’, ma deve invece rassegnarsi ad affidarli a una struttura.
La madre si fida: si fa una ragione di quella che pare essere l’unica soluzione a una condizione troppo dolorosa e difficile. Un giorno però il tribunale dei minori, quello stesso tribunale dei minori che la aveva prospettato l’affido, le fa sapere che c’è in corso una indagine: una brutta indagine.
La figlia 15 enne sarebbe stata abusata da un ragazzo di poco più grande. Il fratellino minacciato, intimorito affinché non raccontasse nulla. Tutto tra le mura dell’istituto.

Altra regione il Veneto. Altro dramma, quello della droga e del disagio psichico. Una donna lotta per mesi con le istituzioni facendo presente che la figlia tossicodipendente nelle strutture dovve è ricoverata al massimo riceve il metadone, ma non ha strumenti per uscire, per guarire. Lo dice, lo ridice: E intanto la figlia scappa, sparisce. Torna. Fino a quando rimane vittima di stupro e si viene a sapere che tante altre volte era stata violentata, abusata proprio nelle comunità terapeutiche dove era ricoverata.

E come a sgranare un rosario di casi orrendi e sconfortanti, si passa a una struttura apparentemente modello, in una regione apparentemente all’avanguardia.
Una bella casa di accoglienza per minorenni in difficoltà. Una di quelle strutture dove si puo’ pensare che bambini, ragazzini tolti a situazioni famigliari critiche possano addirittura trovare serenità.
E invece viene a galla una sospetta realtà di maltrattamenti, di metodi brutali, di punizioni disumane.

Tutto da verificare, certo. In questi casi si dice che la giustizia farà il suo corso.
Ma se anche un decimo di quanto sospettato, denunciato fosse avvenuto davvero la banale, ingenua domanda “ come è potuto accadere?” dovrebbe trovare una qualche risposta. Perchè certi sospetti se restano tali vanno a erodere dalle fondamenta la fiducia che la persona ha, deve avere nelle istituzioni.
Si chiamano servizi sociali le strutture, gli istituti, le case di accoglienza, le comunità. Servizi sociali fondamentali perchè hanno a che vedere con l’accoglienza, quindi con la fiducia che deve essere totale.
Sono servizi sociali che sulla carta esistono, funzionano e nelle brochure, nei bilanci , nelle presentazioni fanno bella mostra di sé. E allora stando ai numeri ai dati, agli elenchi, alle statistiche, risulta che l’istituzione funziona e magari perfino a costi sociali accettabili.
Cosi’ si finisce perfino per definirne i contorni dell’eccellenza.
E poi cala l’ombra, tremenda del sospetto. Genitori che denunciano, magistrati che indagano, agenti che perquisiscono.
Eppure tutto funzionava, rispondeva a parametri magari d’avanguardia.
Dove sta il punto critico?
Quando tutto sembra funzionare da fuori ma basta un ingranaggio che si inceppa dentro per fermare la macchina dei servizi sociali forse vuol dire che è controllato a senso unico. Si è stati attenti a registrare per bene la macchina burocratica, dispendiosa e insidiosa per chi la gestisce. Ma si è perso di vista l’altro controllo, quello sulla qualità del servizio e magari sull’umanità di come viene fornito.

Mario Marchi
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Un sistema tutto da sistemare
Burocrazia e qualità sembrano sempre più lontane

Burocrazia e servizi sociali. Una contrapposizione che nel sentore diffuso è avvertita come grave ormai quasi a livello istintivo. L’utente, il cittadino nemmeno più è disposto a chiedersi se l’apparato che gli eroga i servizi sia migliorato rispetto al passato o abbia motivo di essere complesso, magari per la delicatezza dei servizi trattati. Il dito resta puntato contro gli sportelli, le procedure, gli addetti. A volte, forse, la macchina burocratica nemmeno è effettivamente così drammaticamente lenta e insensata, ma evidentemente la comunicazione di efficienza non riesce a scardinare un’immagine di un sistema tanto pesante, da essere avvertito come illegittimo.
Su questo poi si installa il sospetto che il tutto serva a mantenere poteri che in assenza di burocrazia non avrebbero motivo d’essere.
E qui si giunge al concetto di controllo sui servizi erogati. E’ perfino banale ricordare il livello di malcontento che accompagna ambiti come ad esempio le adozioni e la sanità, per non parlare della giustizia. Il controllo effettuato dalla cosa pubblica sembra effettivamente concentrarsi sulla catena di meccanismi e sulle figure professionali che li fanno funzionare più che sugli elementi che comprovino uno standard qualitativo almeno accettabile.
Sono coinvolti numerosi settori della vita collettiva, forse primo fra tutti la politica.
Si tratta di un male non certo esclusivo del sistema del nostro paese, anzi. In crisi è il meccanismo di equilibrio tra burocrazia e servizi in tutta la società capitalistica occidentale.
Negli Stati Uniti la sociologia si occupa e preoccupa da tempo della cosa, probabilmente indotta da un sistema pubblico privo di protezioni per le fasce deboli. Anche da noi, tuttavia gli studi sui sistemi sociali hanno oramai ben presente la difficoltà evidente di conciliare controllo di qualità del prodotto a valore sociale e controllo sull’apparato burocratico.
L’utente dei servizi pubblici quasi sempre lamenta disorganizzazione. Il gestore risponde opponendo la complessità della macchina e sottolineando la sensazione di “emergenza” esclusiva dell’utente stesso ( in pratica chi ha un bisogno sente di essere il più bisognoso di tutti..).

In medio stat virtus, – commenta il Prof. Piergiorgio degli Esposti, ricercatore alla facoltà di sociologia dell’Università di Bologna, studioso dei sistemi sociali e dei condizionamenti reciproci tra domanda e offerta – nel caso in questione a mio avviso entrambi i soggetti hanno parzialmente buone ragioni per affermare il loro punto di vista.
Se da un lato, quello dell’utente, è innegabile che esistano forti elementi di disorganizzazione e di standardizzazione dell’offerta, che spesso non considera il trovarsi di fronte persone con bisogni ed esigenze particolari e quindi difficilmente standardizzabili, ma che ha come unico elemento guida l’abbattimento dei costi di gestione e di erogazione.
Dall’altro è altrettanto vero, anche se non totalmente da far ricadere sull’utente, il necessario superamento della cultura dell’emergenza con una cultura sia della prevenzione che del rinsaldamento dei legami sociali, che può però essere superato solo con investimenti in comunicazione volti a formare una differente cultura della fruizione del servizio.

Un’altra contrapposizione che diventa per l’utente un muro invalicabile e per il gestore una scusa costante è quella tra necessità di servizi e costi: che meccanismi sociologici ci sono?
Il processo di razionalizzazione, a volte di iper-razionalizzazione dell’offerta, in ogni settore comporta l’emergere di una dicotomia che è, o dovrebbe essere ottimizzazione dell’efficienza e ottimizzazione del contenimento dei costi. Quello che in realtà succede è che spesso sia la seconda variabile a prevalere sulla prima, a discapito dell’utenza appunto. Le dinamiche di efficienza, calcolabilità, prevedibilità e controllo, tipiche di un erogazione standardizzata, producono unicamente questo meccanismo prevalenza dei costi sulla qualità dell’offerta.

I bisogni sociali sono sempre effettivi o possono essere indotti?
Personalmente non credo nella teoria dell’induzione del bisogno, anche se in pratica esistono varie tecniche di marketing che possono in maniera efficace premere sul lato della domanda per ottenere un aumento sensibile di richiesta di una determinata offerta. Lo stesso mondo del marketing da alcuni anni è concentrato sul superamento della nozione di bisogno a vantaggi odi quella di desiderio. Più che di parlare di induzione di bisogni credo sia più legittimo parlare di strutture sociali che in quanto tali non sono fisse ma si modificano nel tempo e di conseguenza emergono nuove e differenti esigenze a seconda dei contesti in cui ci si trova, e sono proprio questi adattamenti che nel medio-lungo periodo generano i cambiamenti all’interno della struttura dei bisogni.

Chi fornisce servizi sociali può avere il potere di suggerirli e pilotarli? Lo fa?
Credo sia doveroso. Ricollegandomi a quanto detto in precedenza il cambiamento a livello di struttura sociale contemporaneo, vede prima di tutto una orizzontalizzazione dei rapporti di potere in molti contesti che si esprime in una convergenza delle figure del produttore e del consumatore, cosi come nella comunicazione tra l’emittente ed i ricevente. In questo scenario è doveroso che esista un dialogo costante tra chi eroga i servizi chi li finanzia e chi li fruisce, l’obiettivo finale non deve essere però diffondere una particolare visone politica della fruizione ed erogazione del servizio, quanto piuttosto la diffusione di una cultura di fruizione ed erogazione adeguata al momento storico contemporaneo, e magari perché no con un occhio di riguardo alle esigenze emergenti nel prossimo futuro.

Quanto è lungo il passo tra servizi sociali e mercato dei servizi sociali?
Forse è meglio dire quanto è corto! Il semplice fatto che si erogano determinati servizi, genera un mercato, così come il fatto di ragionare nell’ottica di soddisfacimento di un bisogno.

Il controllo dei servizi da parte di chi li offre e gestisce quanto è a rischio di essere condizionato da dinamiche ad esempio di carattere politico?
Come in tutti i settori le dinamiche politiche influenzano molti aspetti.

Controllo burocratico e controllo della qualità: quale è il prevalente? Perche’?
Oggi appare prevalente quello burocratico, per il fatto che l’aspetto principale che guida i meccanismi di erogazione sia legato esclusivamente al contenimento dei costi.
Quanto sono distanti i due aspetti? Esiste una possibile coincidenza?
A mio avviso l’aspetto burocratico e quello qualitativo del controllo e dell’erogazione dei servizi rappresentano solo due dimensioni dell’approccio al problema. Necessario considerare anche l’aspetto relazionale (inteso come l’umanizzazione dell’offerta e della relazione tra utenza ed erogazione) per superare quella che è una impostazione meramente economicocentrica del fenomeno.

M M

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