Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri questa riflessione su una parte della realtà che i genitori separati vivono continuamente.
di Alessio Cardinale
Le uscite pubbliche di pagine social come “Femminicidio in Vita”, al di là del folklore della sua autrice, colpiscono per la estrema violenza comunicativa e a prima vista sembrano essere circoscritte a poche seguaci. E allora, perché parlarne?  Da alcuni anni, ed in particolare dallo scoppio della pandemia ad oggi, i social network danno continuamente spazio al delirio suprematista del neo-femminismo organizzato, riservando ogni giorno agli utenti diversi messaggi coerenti con l’obiettivo di subordinare la figura maschile in tutti i gangli della Società civile ed economica, e non mancando di agire anche sull’unico baluardo rimasto a difesa dei diritti civili della famiglia, e cioè la L. 54/2006 ed il principio di Bigenitorialità in esso contenuto.
I primi risultati, del resto, si sono già visti. Infatti, la fine dell’estate del 2021 è coincisa con il battesimo parlamentare della riforma del processo civile e con l’inizio ufficiale della c.d. “deriva spagnola”, ossia con la pretesa di imporre all’Ordinamento una serie di norme potenzialmente discriminatorie, applicate fino ad oggi dalla magistratura come semplici prassi e formalizzate adesso nel dettato legislativo – DDL n. 1662 ed emendamenti senatrice Valente – a beneficio esclusivo di quante hanno voluto far entrare la teoria della “violenza di genere” (indovinate quale?) e della maternal preference all’interno del Codice Civile, replicando così il “modello spagnolo” basato sulla supremazia delle donne nel Diritto di Famiglia e persino sul loro diritto a presentare false denunce di violenza senza l’onere della prova, come già succede nel 90% dei casi di presunta violenza in sede di separazione.
In tutta evidenza, queste norme mirano ad opporsi ai principi di civiltà della L. 54/2006 (Affido condiviso dei minorenni) e a dare mano libera a tutte le pratiche di impedimento doloso alla cura filiale a danno dei padri, e ciò avviene proprio nel momento in cui diversi tribunali (es. quello di Brindisi) hanno invece cominciato a produrre una serie di sentenze rispettose del principio di Bigenitorialità all’interno di un vero e proprio “protocollo giudiziale”, concertato tra tutti gli operatori del settore (giudici, avvocati, CTU e assistenti sociali). L’esperienza di questi tribunali potrebbe propagarsi nel circuito della giustizia familiare, poiché rappresenta una soluzione di continuità rispetto al passato e assorbe finalmente quei nuovi modelli di condivisione genitoriale che vedono, già da trenta anni, differenti e più attive modalità di partecipazione ai compiti di cura dei figli da parte degli uomini. Da qui nasce l’esigenza del femminismo suprematista di entrare prepotentemente anche nel sistema delle separazioni coniugali, e osteggiare sul nascere la nuova “scena genitoriale maschile” che, nei precedenti 15 anni di sostanziale boicottaggio della magistratura, ha fatto cultura di informazione sulla malpractice dei tribunali in materia di affidamento condiviso e che oggi si oppone – con ritrovata determinazione – alla discriminazione cui gli uomini sono soggetti anche in altri ambiti: nel mondo del lavoro, nell’applicazione e interpretazione della Giustizia penale, nella famiglia, nel campo dell’educazione scolastica e universitaria ed altri ancora.

All’interno di questo contesto così sbilanciato verso le donne, la narrazione femminista suprematista alimenta costantemente l’informazione asservita, e l’implicita percezione di impunità sociale che ne deriva consente a molte di loro di compiere reati anche orribili, sapendo di poter contare sul c.d. Doppio Standard e su pene molto miti, nonché di potersi esprimere – sia nella vita reale che virtuale – a dispregio delle più elementari regole di civiltà e di confronto democratico, spingendosi spesso oltre la decenza senza il rischio di suscitare reazioni adeguate da parte del Sistema e dell’Ordinamento. Vi ricordate di Angela Finocchiaro nella trasmissione “ La tv delle ragazze” del 15 novembre 2018 ?, produsse uno spot antimaschile che a parti inverse avrebbe prodotto le ire del mondo intero:

 

Fa certamente parte di questa schiera, solo apparentemente circoscritta, la signora Immacolata Cusmai, la quale amministra la pagina “Femminicidio in Vita” e, per mezzo di essa, attacca costantemente il principio di Bigenitorialità, “colpevole” probabilmente di averle negato, in sede giudiziale, il “pacchetto” di privilegi previsti d’ufficio da qualunque tribunale per le madri, anche quelle meno affidabili. Ed infatti, nella sua azione politica non è mai mancata la “denuncia” verso tutti gli operatori colpevoli di non aver applicato, nel suo caso, la maternal preference, affidando all’ex marito la residenza prevalente della prole.  Ma è nel 2021 che la signora Cusmai ha raggiunto l’apice della violenza comunicativa pubblicando su Facebook (click sulle immagini per ingrandire)

prima la foto (poi ritirata) delle mutandine della figlia adolescente – allo scopo di argomentare una improbabile incapacità del padre a prendersi cura della minore – e, di recente, un post che ha suscitato lo sdegno generale, concepito allo scopo di speculare sulla morte del figlio trentenne di un autorevole attivista del movimento a sostegno della Bigenitorialità e delle pari opportunità tra uomini e donne, che probabilmente la stessa ritiene essere un “nemico” per via della sua efficace attività culturale svolta in tutta Italia e sui social network.

C’è da dire, però, che il folklore delle iniziative della signora Cusmai non le procurano grande fama o visibilità politica, e la stessa è nota soprattutto per lo scarso successo che ottiene sia nelle manifestazioni di piazza da lei organizzate, sia nelle kermesse elettorali in cui si è candidata o ha tentato di farlo sia per il pessimo gusto delle sue esternazioni pubbliche.

E allora, in considerazione del suo modestissimo seguito, perché parlarne? Perché la Cusmai è uno dei tanti simboli del femminismo suprematista culturalmente più estremo, una sorta di “fante d’assalto” la cui azione sembra essere idealmente ispirata alle istanze di quel nutrito gruppo di “generalesse” capaci, nel loro insieme, di trasmettere questo principio di dominanza femminile. Sia pure distinguendosi nettamente dallo stile comunicativo “folkloristico” e aggressivo adoperato dalla signora Cusmai, fanno parte di questa elìte suprematista, tra le altre, la blogger Chiara Lo Scalzo (l’autrice del “Ricciocorno Schiattoso”, per intenderci ), la pediatra Maria Serenella Pignotti (non esiste un diritto del bambino a trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici ed equipollenti…)
http://www.mariaserenellapignotti.it/?p=1059&fbclid=IwAR3aICXopvY5n1Bsm2Gz3VyA03sOEcCv7sYjWjASIS4mqfgTMfDVZN3PlX4), la giornalista Luisa Betti Dakli (quella di “prima le donne e le bambine”) http://www.adiantum.it/public/3601-luisa-betti-e-quella-ideologia-misandrica-in-difesa-di-veronica-panariello.asp) e la counselor Nadia Somma, quest’ultima- piuttosto nota, oltre che per la sua attività a favore dei centri antiviolenza per sole donne, anche per aver commentato, in coppia con la consigliera comunale Patrizia Cadau (altra pasionaria degna di nota), l’ennesimo suicidio di un padre separato con un laconico “…Ancora con sta minchiata dei suicidi? Papà separati che dormono in macchina non ne ho mai visto uno. Quando li vedo sulla strada è solo perché sono in fila lungo l’Adriatica a stuprare minorenni costrette a prostituirsi…”.
Nota a parte merita la scrittrice Michela Murgia, che si è resa celebre, tra le altre cose, per aver tentato con scarso successo di imporre il napoletanissimo Schwa nella lingua italiana. E poi c’è la politica, dove si annoverano diverse protagoniste della narrazione femminista come la deputata Laura Boldrini, le senatrici Valeria Valente e Veronica Giannone, la senatrice Monica Cirinnà
è quella del cartello “Dio-Patria-Famiglia: che vita de merda e l’ex ministro Valeria Fedeli (famosa per aver “amplificato” il suo effettivo titolo di studio). studi).https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/14/valeria-fedeli-ministra-dellistruzione-corregge-il-titolo-di-studio-da-diploma-in-laurea-a-diploma/3259489/
Ed è proprio questo il terreno di coltura all’interno del quale tantissime donne, in Italia, si convincono erroneamente che nel nostro Paese sia possibile compiere gli atti moralmente più abbietti – sottrarre i figli al padre e poi denunciarlo falsamente, allo scopo di spezzare il legame affettivo con i bambini, solo a titolo di esempio – confidando nella sostanziale impunità civile dovuta a quel principio di supremazia di genere che ha invaso tutti i tribunali e, purtroppo, la nostra cultura civica, ammorbando anche il pensiero di molti uomini poco inclini alla riflessione e, per questo, succubi della narrazione del politicamente corretto. 
Non sappiamo dove porterà questa diffusa istanza di suprematismo femminile e neo-femminista, ma di certo sappiamo che esso viene condotto con tutti i mezzi – anche i più spregevoli – e che, soprattutto, è contrario al dettato costituzionale e alla sua previsione di uguaglianza sociale.
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